Un colloquio a cuore aperto nel centro sportivo di Formello ha illuminato il momento di Davide Frattesi. L’intervista, realizzata da Anderson Hernanes per DAZN, è stata registrata lunedì e diffusa oggi, venerdì, alla vigilia della sfida dell’Italia contro il Belgio in Nations League. Il capocannoniere della nuova Lazio di Gattuso ha ripercorso temi tecnici, riferimenti personali e obiettivi, restituendo un ritratto limpido del suo percorso all’ombra del Colosseo.
Ritmo di gara e letture negli ultimi metri
Frattesi ha descritto con precisione i meccanismi che lo rendono efficace in area di rigore, dalla corsa in anticipo alla scelta del tempo nell’inserimento. Ha parlato senza filtri del suo istinto da incursore, nato da abitudini consolidate fin da bambino. «Quando ero piccolo facevo l’attaccante, pensavo sempre positivo. Quando vedo il compagno avanzare comincio a fare una blanda corsetta, poi quando percepisco che la sfera si sta per staccare dal suo piede mi prendo sempre un attimo per osservare il piazzamento dei difensori e cerco lo spazio. Ma il mio attacco all’area dipende sempre dai movimenti dei compagni. A Udine Noslin si è mosso bene, il centrale lo ha seguito e mi ha liberato lo spazio per buttare in porta l’assist di Zaccagni. E chi crossa deve essere bravo a trovarti».
Scelte di modulo e riferimenti dal passato
Il centrocampista classe ’99 ha indicato il 4-3-3 come tela ideale per il suo gioco, evidenziando sequenze codificate e velocità di esecuzione. «Il 4-3-3 è un modulo che mi diverte, perchè fornisce una marea di soluzioni possibili. Quella che mi piace di più è la combinazione tra terzino, mezz'ala che scarica all'esterno d'attacco e poi si ripropone in avanti per ricevere nuovamente la palla. Il tiki-taka è un po' noioso, ma il Como è bellissimo da vedere ed è fortissimo perchè una volta uscito col palleggio dalla pressione, va in verticale. Se in Serie A tieni solamente la palla, le squadre sono abili a chiudersi e non segni mai, a meno che tu non abbia il centravanti che va da sè».
Lo sguardo torna anche agli anni di Reggio Emilia, tra compiti a due in mezzo e triangolazioni con il trequartista. «Nel centrocampo del Sassuolo giocavo a due con Maxime Lopez e mi divertivo, perchè potevo cercare il terzo uomo e dialogare con il trequartista, Jack Raspadori. Preferisco il ruolo di mezzala, meglio sul centro-destra. Giocare con Berardi è stato fantastico, restituiva la palla alla perfezione: mi bastava andare dritto come un mulo, senza guardare, tanto sapevo che la palla sarebbe caduta sui miei piedi».
Roma nel destino e appartenenza biancoceleste
Il rientro nella Capitale è raccontato come un percorso naturale, segnato da attese e riconoscenza. «Bene o male ero andato via a sedici anni e sono rientrato a ventisei, sono stati dieci anni belli e intensi, ma lunghi. La Lazio la sento mia, il risultato mi cambia molto a livello umorale, mi pesa tanto. È come difendere qualcosa di famiglia. Quando andavo allo stadio con papà insieme fantasticavamo sul fatto che un giorno sarei andato in campo all’Olimpico. Essere qui è la chiusura di un cerchio per me, la mia famiglia, i miei amici laziali».
Richiamato sulle doti dei grandi del recente passato biancoceleste, Frattesi indica senza esitazioni cosa prenderebbe in prestito: «la qualità di Luis Alberto e il bagaglio complessivo di Milinkovic, fortissimo». E quando gli ricordano il record di marcature stagionali di un centrocampista laziale, targato Sergej Milinkovic-Savic, l’unica risposta è un sorriso accompagnato da una battuta: «Non farmi dire nulla, che è meglio».
La spinta di Gattuso e la fiducia come motore
Nell’approdo alla Lazio ha pesato la chiamata e la stima di Gennaro Gattuso, già avvertita in azzurro. «Già in Nazionale aveva enorme fiducia in me, vedeva qualcosa anche se non giocavo all'Inter. Penso che il mister possa tirar fuori quello che ho dentro: nel momento in cui tu mi dimostri di fidarti di me, io faccio di tutto per ripagare la fiducia. Sento enorme gratitudine, mi spingerà ad andare oltre i miei limiti. Il consiglio che mi dava già prima era quello di trovare un posto in cui giocare».
Abitudini semplici e radici nella Capitale
Fuori dal campo, Frattesi si definisce concreto e poco incline al virtuale. «Online non gioco, ho bisogno della presenza, di qualcuno con cui ridere, da prendere in giro. Qualche volta mi cimento con mio cognato o con qualche ragazzo in nazionale, ma è raro».
Il legame con Roma emerge anche nei ricordi d’infanzia tra i quartieri a nord della città. «Andavo al parchetto di Castel Giubileo con mio padre, lì c’era un campetto e lui mi obbligava a utilizzare solo il sinistro, io mi arrabbiavo perché non mi divertivo. Ma è lì che ho iniziato a usare il mancino, prima ero nullo con quel piede».
Traguardi personali e notti europee
L’esperienza internazionale resta vivida e formativa, con picchi emotivi difficili da replicare ma che fungono da bussola. «mi accontenterò di emozioni che gli somiglino». Il ricordo di una serata speciale in Champions League è scolpito nella memoria. «Dopo il gol al Barcellona sono andato a dormire alle dieci del mattino per l'adrenalina, dopo l'esultanza ho avuto due minuti di giramenti di testa, perchè avevo urlato troppo. Per fortuna Acerbi realizza quel gol col destro da attaccante vero».
Guardando avanti, l’obiettivo individuale è rifinire l’ultimo passaggio per ampliare il repertorio offensivo. «Devo iniziare a incrementare il numero degli assist, perchè in carriera ho segnato tanto ma gli ultimi passaggi mi mancano. Poi è anche vero che gli assist vengono sublimati dalla bravura del compagno: se non segna, è tutto vanificato».
Spogliatoio e mentalità, la sfida quotidiana
Dal primo giorno a Formello, Frattesi ha provato a trasmettere un’attitudine competitiva, mutuata dalla precedente esperienza. «Sto cercando di portare qui la mentalità dell'Inter, l'ho detto in tutte le salse e in molti mi prendono in giro per questo. Ma poi inizio a vedere che qualcuno sta iniziando a bere il brodo di gallina. Sembrano stupidaggini, ma per me non lo sono».
Tra disciplina tattica, appartenenza alla Lazio e un rapporto diretto con i compagni, il centrocampista ha delineato il suo presente biancoceleste. Le sue parole restituiscono la fotografia di un calciatore immerso nella realtà di Roma, legato allo Stadio Olimpico e al suo pubblico, con una rotta chiara: crescere, incidere e guidare la squadra nel solco della sua identità tecnica e mentale.