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Sanità Roma, i sindacati contro la decisione di chiedere mezzi all’esercito

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Troppi pazienti nei pronto soccorso di Roma. Causa dell’impennata di casi Covid e del troppo caldo. Così le chiamate in giro per la città sono tante e le ambulanze non riescono a seguirle tutte. Anche perché spesso costrette a stare ferme fuori dai pronto soccorso pieni con i pazienti a bordo. Un’emergenza a cui il 118 ha pensato di porre rimedio chiedendo mezzi all’esercito e ad aziende esterne.

Una decisione a cui i sindacati si sono già opposti. Duro, in questo senso, il comunicato pubblicato da USB Sanità Lazio: “È di oggi una nota dell’Ares 118 alle organizzazioni sindacali firmatarie del contratto nazionale, che avvisa delle nuove procedure necessarie a fronteggiare la situazione di “grave sovraccarico” del servizio di soccorso della Regione Lazio.

Nella nota che risulta essere solo un’informativa di una decisione già presa unilateralmente dalla direzione di Ares 118 viene esplicitato che saranno acquisite ambulanze private con annessi autisti soccorritori e che per le unità infermieri necessarie al soccorso si utilizzerà personale della sanità pubblica.

Come se questa promiscuità non fosse già fuori da ogni possibile immaginazione, nella nota si specifica ancora che nei casi di blocco barelle nei pronto soccorso gli infermieri potranno lasciare il mezzo e l’eventuale paziente ancora nella macchina e procedere ad un altro intervento “raccolto” dall’autista dell’ambulanza privata.

Nella totale follia e disorganizzazione della dirigenza, Ares ci tiene a specificare che la procedura è in via del tutto eccezionale. Ma come si può fare una procedura eccezionale senza nessuna delibera che dichiari uno stato di emergenza?

La condizione è fin troppo chiara: se c’è un’emergenza questa è dovuta ad una grave negligenza di programmazione della dirigenza di Ares per aver acquistato le macchine estremamente in ritardo e non sufficienti nemmeno a sostituire i mezzi obsoleti di soccorso. La maggior parte dei mezzi, acquistati prima del 2010, sono costantemente in riparazione e i mezzi sostitutivi sono ancora più vecchi.

L’assistenza territoriale, che doveva essere fortificata, è di fatto inesistente ed è impossibile prenotare visite ed esami, per cui le persone si rivolgono alle strutture ospedaliere e al 118. Negli ospedali della regione c’è però una gravissima carenza di posti letto per cui i pazienti restano per giorni “ricoverati’ in pronto soccorso.

A questo si aggiunge la carenza di personale proprio nei pronto soccorso. Una situazione che come USB avevamo già portato all’attenzione dell’assessorato.

L’assenza di volontà e di programmazione sanitaria fa sì che ogni problema di salute si voglia risolvere giustificandolo con qualche finta emergenza che “costringe” a ricorrere al privato: la sanità del Lazio è un meccanismo inceppato che i due anni di Covid hanno decisamente portato alla luce.

Oggi tutti paghiamo le conseguenze di chi ha distrutto la sanità pubblica ma i veri responsabili rimangono al loro posto. Crediamo che gli amministratori che non sono in grado di gestire un servizio, invece di ricorrere a strane alchimie di commistione tra pubblico e privato, peraltro non previste dalle leggi, farebbe meglio a dimettersi”.