Cinghiali, solo nella Tuscia autorizzati 12mila abbattimenti: animalisti sul piede di guerra
Ospite in collegamento: Massimo Vitturri, responsabile area animali selvatici di LAVSolo nella Tuscia sono stati autorizzati 12mila abbattimenti: la gestione dei cinghiali, su cui si continua a discutere ormai da anni, torna prepotente al centro del dibattito, con Viterbo e Lazio al centro dell'attenzione mediatica. Nella provincia viterbese il piano prevede il prelievo di 11.837 capi, mentre su scala regionale la soglia sale a 38.500. Una scelta che ha innescato la protesta delle associazioni animaliste, che contestano l’efficacia del piano sul terreno operativo e scientifico.
I numeri
Il calendario venatorio 2026/2027, pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio il 18 giugno 2026, fissa l’apertura generale al 20 settembre 2026 e la chiusura al 31 gennaio 2027. Per il cinghiale, la finestra è 1° ottobre 2026–31 gennaio 2027, per un massimo di 54 giornate in aree vocate e zone bianche, soprattutto il mercoledì, sabato e domenica. La disciplina operativa sul cinghiale sarà definita da un disciplinare specifico, da adottare entro la terza domenica di agosto come previsto dalla legge regionale n. 11 del 26 giugno 2026.
Il fattore sanitario e la Peste Suina
La Peste suina africana resta un tema sensibile. Pur essendo state superate le specifiche disposizioni emergenziali il 22 gennaio 2025, il calendario 2026/2027 subordina l’attività a eventuali misure anti-PSA e impone la segnalazione di carcasse o comportamenti anomali. Ministero della Salute ed EFSA richiamano la centralità di biosicurezza, sorveglianza, rimozione delle carcasse e barriere. Attività molto disturbanti, se non accompagnate da rigorosi protocolli, possono complicare il controllo epidemiologico.
Il nodo sicurezza
Nel Viterbese, tra aree agricole pregiate e territori periurbani, il conflitto è acceso. Al centro resta la domanda su come misurare i risultati: meno incidenti, meno danni, minore circolazione virale. Senza indicatori pubblici e trasparenti, secondo le associazioni ambientaliste, l’aumento del prelievo rischia di non tradursi in una gestione faunistica efficace.