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Totti si racconta: tra Roma, il mondiale e il sogno con Ronaldo

Francesco Totti ripercorre carriera e legame con Roma: mondiale 2006, compagni, allenatori, numero 10, sogno con Ronaldo e prospettive per il futuro.

Totti si racconta: tra Roma, il mondiale e il sogno con Ronaldo

Immagine generata con AI

Francesco Totti torna a parlare a tutto campo della sua carriera, nel segno di Roma, dell’azzurro del mondiale 2006, dei compagni, degli allenatori e di un futuro da vivere con serenità. Nel corso di un’intervista, l’ex capitano giallorosso ha ripercorso tappe, scelte e momenti simbolo, offrendo uno sguardo lucido sul mito e sull’uomo, a partire dai suoi cinquant’anni appena compiuti.

Il periodo d'oro e l'identità in campo

Totti non ha dubbi quando torna con la memoria ai suoi anni di picco, fra il 2001 e il 2008. Alla domanda se fossero stagioni "imbarazzanti", risponde secco: «Sì». E, entrando nel confronto con i grandi del passato, aggiunge: «Tutti dicevano Mancini, però io non è che l’ho vissuto, ero quasi all’inizio. Anche lui alla Sampdoria faceva il trequartista, la prima punta, un po’ tutto. Ma non gli stessi gol che ho fatto io».

L’assist come cifra del talento resta una costante nelle sue parole: «Piacevano anche a me, prima che Spalletti mi facesse giocare centravanti li trovavo più importanti dei gol». Un approccio al gioco concreto e privo di retorica anche sul ruolo di leader: «Sono del parere che quello che conta sia il campo. Fuori sono tutti bravi a parlare o, prima della partita, a incitare il gruppo. Perché non fai questo, perché non fai quello. Ma io devo andare a giocare a pallone, ho una partita di novanta minuti, entro in campo e mi voglio divertire. Devi saperlo tu cosa fare. Se sei un calciatore professionista non hai bisogno dei miei suggerimenti, di una spinta».

Compagni, intese e divertimento

Nella galleria dei compagni ideali spicca l’intesa tecnica con Antonio Cassano e il legame umano con Vincent Candela: «Quello col quale mi sono trovato meglio è Cassano. Soprattutto in campo. E poi Vincent (Candela, nda). Con Antonio di tanto in tanto ci frequentavamo anche fuori ed è rimasto amico nel tempo. Io e Vincent siamo praticamente cresciuti insieme. Quando arrivò dal Guingamp era molto stranito, non conosceva Roma, parlava solo francese. Diciamo che l’ho accudito».

Il calcio come piacere prima che dovere, persino nei minuti che precedono il fischio d’inizio: «Prima di entrare in campo vedevi chi con le cuffie, chi sotto fasciatura, chi al massaggio. Io stavo lì al bar, prendevo il caffè e mi mettevo a chiacchierare venti minuti con chi c’era, poi facevo il riscaldamento. Non ho mai avvertito la tensione, mi dicevano “come fai?”. Boh, non lo so. Mi sentivo tranquillo».

Roma, popolarità e mondiale 2006

Il rapporto con la città e la tifoseria resta un tratto distintivo della sua storia sportiva. Lo conferma l’eco che non si affievolisce: «Da quando ho smesso è addirittura aumentata. Forse perché sono nato, cresciuto e morto con un’unica maglia. Quando si chiudono venticinque anni di storia sei morto e invece qui a Roma, per tutti, sono vivo, vivissimo. È la scelta che ho fatto, l’amore che ho dato alla gente e come mi sono sempre posto con gli altri».

Capitolo mondiale 2006: senza la sua presenza, dice, il finale sarebbe cambiato. Alla considerazione che senza quel torneo non sarebbe stato un campione risolto, la replica è netta: «E non avrebbero vinto». E aggiunge un dettaglio che racconta il sacrificio: «Se avessi vinto solo uno scudetto, due Coppe Italia, due Supercoppe e una Scarpa d’oro sarei rimasto, come dicono a Roma, confinato dentro il raccordo anulare. E invece no, anche perché vincere un Mondiale non è da tutti. L’ho vinto, l’abbiamo vinto, però in quel Mondiale ero, tra virgolette, menomato. Al 40, 50 per cento».

Le persone decisive: Vito Scala e la famiglia

Totti individua in Vito Scala una guida costante: «Vito è stato, è e sarà sempre un fratello maggiore. Mi ha custodito, protetto, mi ha insegnato a attraversare questo mondo. Mi ha fatto pensare solo al rettangolo verde, al resto provvedeva lui». E ne sottolinea l’istinto: «Anche, Vito è una persona troppo intelligente, troppo sveglia. Non dorme la notte per fregarti la mattina dopo, capito? Anticipava tutti, soprattutto i rischi».

Parole sincere anche per il fratello Riccardo: «Un fratello molto presente nella mia vita. E sempre dietro, mai di lato. Caratterialmente mi somiglia tanto. Se casca un palazzo lui si sposta». E ancora: «È un ragazzo umile, riservato. Se lo conoscessi bene lo vorresti come fratello».

Rimpianti, idoli e la visione del gioco

C’è un sogno rimasto tale: giocare con Ronaldo il Fenomeno. «Avrei voluto giocare con Ronaldo il fenomeno. Sai che divertimento insieme. Con me dietro avrebbe fatto 4, 500 gol. A occhi chiusi». Il parametro assoluto resta però Diego Maradona: «Maradona è il calcio, è il pallone, non ce ne stanno di rivali. A cascata vengono gli altri».

Il senso dell’anticipo tecnico e della "giocata" emerge con chiarezza: «Il più delle volte ci azzeccavo. Però erano bravi pure quelli che giocavano con me perché capivano cosa avevo pensato un secondo prima. E parlo di Delvecchio, Perrotta, Cassano. Non appena gli arrivava il pallone dal difensore loro sapevano che movimento avrei fatto. Questa cosa è il talento naturale, non è che l'hanno tutti, anzi non l'ha nessuno. Io sono obiettivo, eh, perché ogni calciatore ha il suo modo di interpretare il gioco, la sua tecnica, il suo pensiero, ma le cose che facevo io non le ho mai viste fare da altri».

Alla leggenda della pigrizia replica con semplicità: «Ma io mi allenavo con tutta la squadra e facevo quello che dovevo fare. Certo, eh, il lunedì o il martedì facevo a parte per tutte le botte che avevo preso la domenica, un po’ di recupero».

Gli allenatori e il peso specifico

Nell’elenco degli allenatori che lo hanno compreso di più, Totti fa due nomi: «Mazzone e Zeman». Diverso il ricordo di Carlos Bianchi: «Voleva mandarmi via». Un epilogo poi evitato dalla proprietà: «Non l'ho mandato via io, ma il presidente Sensi». Sul suo ruolo in società durante la carriera è netto: «Influente... Voglio dire che giustamente incidevo, ma facevo il giocatore ed ero un giocatore importante, il capitano della Roma. È normale che avessi un peso specifico, un peso diverso da tutti gli altri. Però non facevo parte della tavola rotonda».

Il dopo-carriera e il tema società

Il mancato inserimento nel club dopo l’addio al calcio resta una ferita gestita con pragmatismo. Alla domanda sugli americani risponde: «I matrimoni si fanno sempre in due». E precisa il motivo del passo indietro: «Vabbeh, purtroppo succede. Ti sposi e ti lasci, inizio e fine come in tutte le cose, penso, no? Io ho lasciato un incarico da dirigente, tre anni di contratto e lo sottolineo. Se devo restare in società per non fare niente, mollo. Non rubo i soldi».

La 10 e Dybala: una questione di percorso

Il tema del numero 10 è affrontato con chiarezza, anche in relazione a Paulo Dybala: «Non si dà una 10 solo perché fai bene cinque, sei, sette partite. Ho sempre detto che bisogna preparare un percorso che consenta a un giocatore importante di rimanere a lungo alla Roma. Non esistono i 10 di passaggio. Alla fine la decisione di dare o meno la 10 a Dybala o a Marco o a Luca spetta alla società».

Scelte, pace armata e gli ultimi lampi

Se mai avesse lasciato la Roma, Totti ammette che avrebbe preferito il Milan: «Al Milan, anche perché da piccolo mi ero innamorato. Erano gli anni di Sacchi e dei tre olandesi, vincevano ovunque, da italiano ero rimasto folgorato. Era una squadra bella da vedere, bella proprio».

Con Luciano Spalletti i rapporti si sono riavvicinati senza cancellare del tutto il passato: «Per l'amaro. Il ghiaccio non s'è ancora sciolto del tutto. Ma mi ha fatto piacere incontrarlo di nuovo. Tanto bisogna pure accantonare tutto quello che è successo, anche perché ho sbagliato pure io, come ho detto prima. Ho sbagliato a rispondere ad alcune domande».

Gli ultimi squarci di carriera portano la memoria a Bergamo e Torino: «Partì tutto da Bergamo, me lo ricordo. Entrai, mi sembra 8 minuti in tutto e feci gol. Poi la partita dopo, sette minuti e segnai ancora. Quello per me è il dono di Dio che mi ha messo la mano sulla testa. Deve aver detto "questo qua lo devo proteggere io. Sì, sì, non può finì così».

Anni, numeri e futuro

L’età è un numero, anche se pesa quando lo si pronuncia: «Se mi fermo a pensare dico "cavolo, cinquanta non so' pochi, sto a svolta". In realtà ho già svoltato a quaranta». E sulle prospettive oltre il calcio: «Tanta serenità, divertimento. Obiettivamente me la sua goduta, sì. Tra la vita normale e quella da professionista. E non rinnego niente di quello che ho fatto, mi godo gli ultimi vent'anni, anche trenta». Alla domanda se ci sarà mai un altro Totti risponde con equilibrio: «Lo spero. Non è facile, ma lo spero».

Uno sguardo anche agli ingaggi di ieri e di oggi: «Sì, ma c'era gente che guadagnava più di me. Ed era più scarsa di me. Pensa oggi quanto guadagnerei...». Infine, un gioco sui numeri che hanno segnato una carriera e una città: «Totti». «Gli anni di Totti». «Il centenario della Roma. 10 50 100 ti piace?».