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Tor Vergata guida uno studio internazionale: identificata una vulnerabilità metabolica nei tumori di rene e fegato

Tor Vergata guida uno studio internazionale: identificata una vulnerabilità metabolica nei tumori di rene e fegato

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Un team internazionale coordinato dall’Università di Roma Tor Vergata ha individuato un possibile punto debole metabolico in alcuni tumori, aprendo la strada a strategie terapeutiche combinate. I risultati, pubblicati su Nature Communications, nascono da una collaborazione guidata da Giuseppe Filomeni, professore associato di Biochimica a Tor Vergata e direttore di ricerca presso il Danish Cancer Institute di Copenaghen, e si concentrano sui tumori del rene e del fegato.

Una collaborazione con base a Roma e Copenaghen

Il progetto, riferisce l’ateneo capitolino, coinvolge tra i principali ricercatori Chiara Pecorari, laureata in Biologia a Roma Tor Vergata e successivamente approdata al Danish Cancer Institute, dove ha conseguito il dottorato e ha sviluppato le basi sperimentali dello studio. La ricerca osserva come le cellule tumorali riorganizzino il proprio metabolismo per adattarsi allo stress e resistere ai trattamenti.

Il meccanismo individuato

Al centro dei risultati c’è la perdita della proteina Akr1A1, che innesca l’accumulo di metilgliossale, una molecola altamente reattiva prodotta dall’organismo. Questo aumento rafforza i circuiti interni di risposta allo stress, favorendo la resistenza ai farmaci comunemente impiegati contro i tumori renali ed epatici. “Una delle principali difficoltà nella cura dei tumori è infatti la capacità delle cellule tumorali di sviluppare resistenza ai farmaci – spiega Filomeni - Un farmaco può inizialmente essere efficace, ma alcune cellule riescono a sopravvivere e possono acquisire caratteristiche che le rendono progressivamente più difficili da eliminare. Il nostro studio mostra come alcuni cambiamenti del metabolismo cellulare possano contribuire alla loro resistenza”.

Lo stesso adattamento, spiegano gli autori, crea però una nuova vulnerabilità: livelli elevati di metilgliossale possono danneggiare la cellula, che diventa così dipendente dai sistemi di detossificazione. “Negli esperimenti condotti nello studio – continua Filomeni – interferire con questi sistemi ha reso nuovamente vulnerabili cellule tumorali resistenti ai farmaci normalmente utilizzati per il loro trattamento”. “Il principio è relativamente semplice: una cellula tumorale acquisisce mutazioni che possono cambiare il suo metabolismo. Se questo cambiamento da una parte permette alla cellula di adattarsi e resistere ai trattamenti, dall’altro ha un costo - precisa - Per sopravvivere diventa infatti sempre più dipendente da un'altra via metabolica. Colpire questa dipendenza può quindi trasformare un vantaggio acquisito dal tumore in un suo punto debole”.

Prospettive cliniche e prossimi passi

Gli autori sottolineano che non si tratta ancora di una nuova terapia. Serviranno validazioni ulteriori e la definizione dei profili di pazienti e tumori che potrebbero trarre maggiore beneficio. Lo studio, condotto su modelli cellulari derivati da tumori umani e su modelli preclinici, indica una via concreta per future strategie terapeutiche combinate, affiancando ai trattamenti antitumorali farmaci mirati alle nuove dipendenze metaboliche delle cellule resistenti.