La strage silenziosa dell'Uranio: il caso del militare di Viterbo che "non sarà l'ultimo"
Ospite in collegamento: avv. Ezio Bonanni, presidente di "ONA - Osservatorio Nazionale Amianto"È di oltre 200mila euro la somma che verrà corrisposta, a titolo di risarcimento, ai familiari del militare morto a Belcolle nel 2005, dopo 494 giorni di malattia. A risarcire vedova e figli sarà il ministero della Difesa e a stabilirlo è stata una sentenza del Tar del Lazio (la n. 02800/2026, pubblicata il 13 febbraio). I familiari avevano chiesto un risarcimento complessivo di 3 milioni.
Facciamo un passo indietro: il primo maresciallo dell’Esercito italiano muore nel 2005 per una neoplasia polmonare e la causa, con tutta probabilità, risiede nell'esposizione prolungata all'uranio impoverito e a altre polveri inalate nelle missioni svolte in Somalia e Kosovo.
Le missioni all'estero e l'esposizione all'uranio
Il militare aveva partecipato a due missioni: nella prima, svolta in Somalia dal 1993 al 1994, era stato esposto a condizioni ambientali estreme; la base operativa era situata su un terreno sabbioso adiacente all’area di decollo degli elicotteri, con continua inalazione di polveri e particolati.
Nella seconda, in Kosovo dal 2000 al 2001, il militare aveva operato in territori contaminati dai bombardamenti Nato con proiettili all’uranio impoverito, svolgendo mansioni di addetto alla lavatura di tute e materiali provenienti dalle zone più bombardate, in ambienti chiusi e privi di aerazione, con utilizzo di solventi chimici tossici.
Il militare, oltre a lavorare in ambienti altamente pericolosi, era privo di qualsiasi strumento di protezione. Un aspetto, questo, sottolineato anche nella sentenza del Tar: si legge, infatti, come il lavoro fosse stato segnato da “condizioni ambientali, operative ed igieniche estremamente stressanti”, aggravate da un pesante protocollo di vaccinazioni pre-partenza che, secondo il ricorso, non avrebbe rispettato i tempi previsti dai protocolli medici.
"Non sarà l'ultimo"
Il legale della famiglia, l'avvocato Tartaglia (500 cause vinte per militari colpiti da patologie polmonari) lo ha detto abbastanza chiaramente: "Non sarà l'ultimo caso". Quello dell'esposizione all'uranio (o all'amianto, per citare un altro grande allarme dei nostri tempi) è un fenomeno molto più esteso di quanto si possa credere.


