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Quintorigo a Testaccio: 25 anni di «Rospo» a Roma

Quintorigo a Testaccio: 25 anni di «Rospo» a Roma

immagine illustrativa (foto ta Pexels)

Roma accoglie il ritorno nella formazione originale dei Quintorigo con John De Leo alla voce: il 3 settembre la band romagnola chiude a Testaccio il tour per i venticinque anni di «Rospo», sul palco della Città dell’Altra Economia per Testaccio Estate 2026. Tra archi, sax, contrabbasso e un impianto sonoro che fonde rock, jazz, classica, pop e avanguardia, l’appuntamento celebra un lavoro diventato culto fin dal 1999, Targa Tenco compresa. «Per noi la musica è il palco, il rapporto diretto con le note, la gente. Non ci sono mai state alternative o scorciatoie».

Il concerto a Testaccio

La scelta di Testaccio richiama l’anima popolare e colta del gruppo, senza sconti sull’identità artistica. «Esatto. Essere popolari è un pregio se significa arrivare alle persone e suscitare emozioni senza fare i piacioni o semplificare le cose. Per noi non esistono etichette: fagocitiamo tutto quello che ci muove, da Bach al Novecento, e lo rielaboriamo alla maniera Quintorigo».

Un legame forte con Roma

Dai palchi del Circolo degli Artisti al Primo Maggio, dal Big Mama alla Casa del Jazz, il rapporto con la Capitale resta saldo. «Con Roma abbiamo un legame stretto, caldo. Ricordo le passeggiate sul Lungotevere a notte fonda dopo i concerti, quando la città si svuota. C’è un pubblico colto, curioso, che ci ama incondizionatamente, anche nelle sperimentazioni più ardite. E ne abbiamo fatte (ride, ndr)».

Classici, ristampe e nuovi progetti

Nel set non mancano omaggi ai mostri sacri, con uno sguardo ai nuovi traguardi discografici. «Hendrix, Zappa o il jazz ci mettono d’accordo tutti e cinque: sono classici intramontabili. Suonare un loro brano — e a Roma faremo anche David Bowie — è un modo per tenere vivi questi grandi artisti, dialogare e persino competere un po’ con loro. Da sassofonista ho sempre ascoltato molto jazz ma oggi, a cinquant’anni, mi ritrovo a essere quasi un passatista: mi sembra che negli anni ’60 ci fosse già tutto».

Dopo la ristampa in vinile di «Rospo» (1999) e «Grigio» (2000), è in arrivo «In cattività» (2003), che ospitava Ivano Fossati. «Un lavoro bellissimo. Oggi Fossati è sempre più chiuso nella sua torre d’avorio — ed è giusto che sia così — ma ci piacerebbe tanto cooptarlo nel prossimo disco». E sul nuovo album: «Sì, stiamo scrivendo. Ci siamo chiusi in sala prove. Dovrebbe uscire l’anno prossimo: è un progetto registrato in gran parte dal vivo negli ultimi due anni, con diversi brani inediti. Niente titolo per ora: prima le note, poi il resto».

Reunion e visione dell’arte

La reunion del 2024 con John De Leo ha riacceso l’entusiasmo del pubblico. «Nessun rimpianto: quei due decenni sono serviti a tutti per esplorare altri mondi e riempirsi le tasche di musica. Ritrovarci ci ha dato un approccio più maturo, più saggio, più senile, se vogliamo, che da ragazzi non avevamo. Certo, risuonare la roba di trent’anni fa provoca uno strano effetto... Ma la vera scossa è stata la gente sotto il palco: non aspettava altro. Quello che avevamo scritto non era ammuffito. La nostra musica non ha una data di scadenza».

Sul ruolo civile della musica, il giudizio è netto. «L’arte non è mai neutrale. Sentire colleghi che parlano di musica come festa, intrattenimento o disimpegno è una grandissima stronz... Assistiamo a un crollo morale drammatico: c’è un genocidio in Palestina e soffiano venti di guerra. Chi sale su un palco ha il dovere, non solo il diritto, di aprire gli occhi alla gente. Noi lo facciamo anche durante i live».