Mentre la città si svuota e cerca refrigerio, a Regina Coeli e Rebibbia il termometro sale impietoso, trasformando celle già sovraffollate in veri e propri forni di cemento. L'estate romana, per chi la vive dietro le sbarre, non è solo una stagione, ma una vera e propria prova di resistenza umana.
È in questo scenario claustrofobico che si è inserita la mobilitazione nazionale promossa dall’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, che ha portato la società civile dentro 35 istituti penitenziari italiani. A Roma, a toccare con mano questa realtà, c’era Claudia Pratelli, Assessora alla Scuola, Formazione e Lavoro di Roma Capitale. Il suo resoconto non è solo una denuncia politica, ma un doloroso spaccato di umanità negata.
Il peso del caldo e del sovraffollamento
I numeri e le relazioni tecniche descrivono il problema, ma è lo sguardo sulle ore quotidiane dei detenuti a restituirne la drammaticità. Con l'arrivo dell'estate, la convivenza forzata in spazi minimi si fa insostenibile. L’Assessora Pratelli ha descritto una realtà fatta di "celle di pochi metri quadrati con tre persone dentro, detenuti costretti a trascorrere troppe ore al giorno chiusi" e un "caldo insopportabile" che toglie il fiato, azzera le energie e accende le tensioni.
In queste condizioni, i pochi spazi comuni diventano un miraggio e il tempo si dilata in un’inerzia forzata. Non è un caso che la stagione estiva sia spesso la più critica per l'impennata dei gesti drammatici e dei suicidi, specchio di una disperazione che non trova sfogo né ascolto.
La voce di un diciannovenne: «Da qui si esce peggiori»
Ed è proprio nell'incontro con uno di questi ragazzi che la statistica cede il passo alla cruda realtà. Durante la sua visita, l’Assessora ha parlato con un giovane detenuto di appena diciannove anni. La sua non è stata una richiesta di scontro, ma una constatazione lucida e disarmante, che dovrebbe far tremare le istituzioni: «Da qui si esce peggiori di come si entra».
Nelle parole di questo ragazzo c'è il fallimento profondo del sistema penitenziario attuale. Se il carcere diventa solo una punizione corporale e psicologica, priva di prospettive, la detenzione perde qualsiasi valore sociale.
"È una constatazione difficile da smentire", ammette Pratelli, sottolineando come questo modello produca "esclusione invece che opportunità", ponendosi in aperto contrasto con l'articolo 27 della Costituzione, che impone la finalità rieducativa della pena.
Più scuola e lavoro
Riscatto sociale, istruzione e dignità. Questa è la strada da proporre se si vuole uscire da questa crisi. Roma Capitale, insieme alla Garante dei diritti dei detenuti Valentina Calderone, sta provando a tracciare questa via alternativa potenziando i percorsi scolastici, l’orientamento professionale tramite i Centri di Orientamento al Lavoro (COL) e i corsi del Polo Pubblico della Formazione.
La verità però è che i progetti locali non bastano se sono da soli: ci si scontra sempre con le carenze strutturali che caratterizzano il sistema, con la mancanza di personale, la scarsità di aule e laboratori liberi e la burocrazia. Il tutto si intromette tra la quotidianità e la vita. Servono, quindi, investimenti strutturali e urgenti, per far sì che le carceri non restino un buco nero.