Roma accoglie l'appello del Pontefice. Nella Basilica di San Pietro, cuore del Vaticano e della città, Leone XIV ha guidato una veglia di preghiera per la pace davanti a una grande partecipazione di fedeli. Nel giorno dell'11 aprile, anniversario della Pacem in Terris di Giovanni XXIII, il Papa ha rilanciato un messaggio netto rivolto alla comunità internazionale: «Vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!».
La veglia in Vaticano
Il Pontefice ha voluto raccogliere la Chiesa e la città «qui, presso la tomba di San Pietro». Nel suo intervento ha sottolineato il valore della preghiera come argine all’odio: «Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo… Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra!».
Prima della celebrazione, uscendo sul sagrato di San Pietro, Leone XIV ha rivolto un messaggio ai presenti: «Vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire una pace nuova, con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze, uniti come fratelli e sorelle in un mondo di pace».
Il legame con Pacem in Terris
La scelta dell’11 aprile rimanda all’enciclica di Giovanni XXIII, pubblicata nel 1963 dopo la crisi dei missili a Cuba. Nel solco dei suoi predecessori, Leone XIV ha ricordato parole divenute patrimonio comune: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» e ha aggiunto: «Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale».
L’appello all’unità e alla responsabilità
Nella basilica, il Papa ha denunciato il ricorso al nome di Dio per giustificare la violenza: «Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici». E ha rilanciato un invito corale: «Uniamo le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. [...] Ascoltiamo la voce dei bambini!».
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Al termine, l’indicazione di rotta: «Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica». E la missione della Chiesa: «La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale».