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Giubileo 2025, il 6 gennaio 2026 verrà chiusa la Porta Santa della basilica di San Pietro. Cosa significa?

Giubileo 2025, il 6 gennaio 2026 verrà chiusa la Porta Santa della basilica di San Pietro. Cosa significa?

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L’anno giubilare terminerà ufficialmente il 6 gennaio 2026. È stato un anno pieno di eventi, di grandi occasioni per Roma e per i suoi cittadini. Da ogni parte del mondo, sono accorsi giovani, catechisti, uomini, donne, lavoratori e quant’altro per godere di quello che la città ha offerto in questo periodo speciale.

Il tutto è iniziato con un Papa e terminerà con un altro: il 24 dicembre 2024, infatti, l’allora Pontefice, Papa Francesco, aprì la Porta Santa della Basilica di San Pietro per dare il via ufficialmente all'Anno Santo dedicato alla Speranza, un anno che si conclude ufficialmente a Roma nel giorno dell'Epifania 2026, con il rito finale in San Pietro, che verrà celebrato da Papa Leone XIV.

Il giubileo si avvia verso la conclusione. Ma qual è il vero significato?

Dopo la chiusura della Porta Santa nella basilica di Santa Maria Maggiore nel giorno di Natale, della Basilica di San Giovanni in Laterano sabato 27 e di quella di San Paolo fuori Le Mura domenica 28 dicembre, il Giubileo si avvia verso la conclusione. Il 6 gennaio alle 9:30 verrà chiusa, con una cerimonia presieduta da Papa Leone XIV, anche la Porta Santa della basilica di San Pietrocomunica il Comune di Roma.

Il tema del Giubileo 2025, “Pellegrini di Speranza”, è un tema che deve far riflettere anche dopo il termine che avverrà con la chiusura della Porta Santa della basilica di San Pietro. Proseguire nello spirito del Giubileo risiede proprio nel significato stesso della chiusura. E questo profondo significato lo spiega a Radio Roma una catechista romana, Chiara, che con dedizione e semplicità lascia nero su bianco quello che spesso sfugge alla “mera” notizia.

La chiusura dell’Anno Giubilare segna la conclusione di un tempo speciale di grazia, durante il quale i fedeli hanno potuto ottenere l’indulgenza plenaria, accompagnata da un rito solenne presieduto dal Papa e dal gesto simbolico più importante: la chiusura della Porta Santa di San Pietro. Come la fine di una festa o di un evento importante, questo momento ci invita a rileggere le emozioni vissute e le persone con cui abbiamo condiviso il cammino” racconta Chiara, che poi entra più nel dettaglio.

L’indulgenza plenaria ha tre aspetti fondamentali. Il primo è che cancella le “conseguenze”, le “cicatrici” lasciate dai nostri peccati su noi stessi e sugli altri. Celebre è l’aneddoto di san Filippo Neri sulle maldicenze: come penne lanciate al vento, una volta sparse non possono più essere recuperate. La Porta Santa ha permesso a tutti noi di raccogliere quelle ‘penne al vento’, di fare un vero reset spirituale”.

E poi si passa al secondo aspetto, che riguarda i defunti. “L’indulgenza può essere chiesta anche per i defunti, non solo per le persone a noi care, ma anche per chi abbiamo semplicemente incontrato lungo la vita o che non abbiamo saputo amare fino in fondo. È una forma di perdono nel perdono, un gesto di riconciliazione che supera i limiti del tempo e dei legami”.

Il terzo aspetto è che “l’indulgenza chiama a una vita trasformata: non è un dono che si chiude, ma una grazia che continua e chiede di essere vissuta ogni giorno”.

E come per tutte le cose, se condivise con le persone che sia amano, valgono il doppio. “Molti hanno attraversato quella Porta con persone speciali: bambini che lo hanno fatto per la prima volta e anziani che forse per l’ultima. Io l’ho vissuto con mia zia, sorella di mia nonna, che a 99 anni ha attraversato con me la Porta Santa: un momento profondamente commuovente, che rende ancora più vero il senso di questo Giubileo”.

In sostanza, Chiara ricorda che la chiusura dell’anno dedicato alla Speranza è, in realtà, “la chiusura di un anno che lascia ricordi indelebili e ci ricorda che non è mai troppo tardi, che le porte non si chiudono mai definitivamente. Un saluto carico di gratitudine e responsabilità: ciò che abbiamo ricevuto chiede di essere custodito e vissuto, senza sprecare la grazia ricevuta”.