Salari bassissimi, tutele assenti e lavoro massacrante. Si inizia alle 7 e si finisce nel pomeriggio, per sei o sette giorni alla settimana e per 5 euro e mezzo l’ora quando va bene. Quando va male si rischia di perdere la vita per un’incidente, come successo lo scorso giugno a Satnam Singh, il bracciante indiano lasciato morire dissanguato in provincia di Latina dopo che un macchinario gli aveva mozzato il braccio.
Caporalato nel Lazio, cosa cambia?
Sei mesi dopo la sua morte la situazione dei lavoratori agricoli del Lazio non sembra cambiata. Lo conferma un bracciante ascoltato dagli inquirenti nell’inchiesta bis sulla morte di Satnam Singh, che ha portato all’arresto di Renzo e Antonello Lovato, padre e figlio, entrambi imprenditori.
Dall’inchiesta sono emerse le condizioni degradanti in cui erano costretti a lavorare i braccianti: dalla quasi totale assenza di dispositivi di sicurezza all’utilizzo di attrezzatura artigianale e pericolosa, come quella che ha provocato l’amputazione di Santnam Singh. E come loro tanti, in tutto il Lazio, come racconta Hardeep Kaur, segretaria generale Flai-Cgil Frosinone-Latina: “A quasi due mesi dall'inizio del processo per per l'omicidio di SatNam Singh, la situazione non è cambiata. Non solo nell’agropontino, ma anche in giro per l'Italia si continuano a registrare situazioni di sfruttamento, di caporalato. Ci sono denunce di lavoratori che sono entrate regolarmente in Italia con il sistema del decreto flussi. E poi non sono state assunte e regolarizzate secondo quello che prevede la normativa e questo fa non fa altro che alimentare un esercito di disperati che sono disposti, purtroppo, per sopravvivere, a lavorare in condizioni degradanti di sfruttamento. E senza alcun tipo di sicurezza. È il rischio reale è che ci ritroveremo con altri infortuni sul lavoro”.