Roma ascolta la voce di Bol, 56 anni, tra i pionieri del writing capitolino esploso nei primi anni Novanta. «I graffiti sono una forma d'arte libera dagli schemi, arricchiscono lo spazio urbano». L'artista, riconoscibile per il pappagallo fumettistico che funge da alter ego e per l'astrazione dei suoi tubismi, ha visto di recente tre opere, commissionate dall'ex sindaco Ignazio Marino, entrare nella collezione dei Musei Capitolini. Nei quartieri romani, dal Trullo ad altre periferie, il suo segno dialoga con lo spazio pubblico, tra memoria locale e nuova street art.
Il ruolo dei graffiti nello spazio urbano
Per Bol le scritte e i disegni sui muri sono «uno degli ultimi spazi di libertà rimasti». Alla domanda su come i graffiti si inseriscano nello spazio urbano, l'artista risponde: «Penso che lo arricchiscano come testimonianza delle attività antropiche degli abitanti dei luoghi. I segni che vengono lasciati sono un modo di riconoscersi in quel territorio e farlo proprio: un contributo libero da ogni schema e una forma d’arte svincolata dalle logiche del mercato».
Spazio pubblico, proprietà privata e muri liberi
La discussione si accende quando l'intervento tocca superfici private o spazi pubblici percepiti come lesi nel decoro. Bol rivendica il principio costituzionale e indica una possibile via di convivenza civile: «La libertà di espressione è riconosciuta dalla Costituzione e ritengo che sui muri pubblici dovrebbe essere tutelata. Quanto alla proprietà privata, lo dice la parola stessa ovvero che priva gli altri di una possibilità ed è il contrario della condivisione. Si tende a pensare che lo spazio con visuale sulla strada sia privato, invece dovrebbe essere alla portata di tutti. Riguardo agli spazi visuali pubblici, dovrebbero essere resi disponibili dal momento che vengono concessi a pagamento per le inserzioni e le campagne pubblicitarie. Mi sembra giusto che vi siano muri liberi sui quali potersi esprimere senza autorizzazione: a Roma sono una decina e vengono utilizzati serenamente senza contenuti offensivi o blasfemi. Nei quartieri molte persone sono felici di avere un muro dipinto piuttosto che degradato: non è vandalismo, ma una forma di riappropriazione».
Scritte, quartieri e identità
Per il writer, le frasi d'amore, gli slogan o i cori calcistici raccontano la vitalità dei rioni romani. «Le scritte restituiscono la vitalità di un quartiere. Un muro vive anche attraverso la dialettica con una frase che si può non condividere o nelle schermaglie tra i writer e i proprietari delle abitazioni che imbiancano le superfici ricoperte di tag».
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Comunità, crescita e il confine con l'illegalità
Bol definisce il writing un percorso di riconoscimento sociale e sviluppo personale. «Per me è stata un’esperienza di comunità e di crescita personale attraverso la quale essere riconosciuto dalla società». Il rischio legato agli interventi non autorizzati è un tema con cui l'artista ha fatto i conti nel tempo: «Ho iniziato nella fase post adolescenziale consapevole dei rischi. La paura c’è sempre stata... quando non sono più stato in grado di gestirla fisicamente, di correre per scappare, ho rimodulato il mio lavoro».