Volevano esprimere solidarietà ad Alina, Beatrice e Serena, le tre scioperanti della fame arrivate al dodicesimo giorno di protesta per il riconoscimento del genocidio da parte del governo e per la protezione della Flotilla, e invece sono stati trattenuti quattro ore dalle forze dell’ordine presso l’Ufficio immigrazione di Tor Cervara.
Fermati in centro a Roma, nei pressi del Senato e del Pantheon, da più di 45 agenti, le persone di fronte al Pantheon “camminavano normalmente, senza neanche i cartelli visibili ma ancora chiusi in borsa” dicono da Ultima Generazione. E poi continuano: “Gli agenti hanno perquisito ogni borsa, composta solo da effetti personali come libri, quaderni e i cartelli con frasi come “Faccio fatica a digerire un genocidio”, “Riconoscimento del genocidio” e “Blocchiamo tutto”. Tre persone avevano anche piccole catene alla vita”.
Ultima Generazione: le testimonianze
Ecco alcune delle testimonianze di chi è stato fermato in quell’occasione.
A parlare è Serena, scioperante della fame al 12 giorno, 39 anni, educatrice e professionista sanitaria di Milano: “Nonostante la numerosità di agenti presenti in questura e l'assoluta assenza di elementi che potessero indicare una pericolosità, è stato scelto di rinchiuderci in cella per ben 4 ore. È stato estremamente frustrante. Ero stanca, debole e schifata dalle condizioni di quel luogo. Il vetro che ci separava dall'esterno e allo stesso tempo che ci permetteva di guardare i movimenti degli agenti e delle altre persone era così sporco dell'unto delle manate, che non era pensabile avvicinarsi con la faccia per guardare meglio. A terra erano appallottolate tre coperte luride e impregnante di polvere. Poi solo muro, sporco anche di macchie di sangue, probabilmente delle numerose zanzare lì uccise in precedenza, che anche in quel momento ci stavano divorando. Una sporgenza lungo una parete del muro era pensata per sedersi. Un bicchiere di plastica appoggiato con dei mozziconi all'interno. Al centro un buco nel pavimento coperto da una griglia, probabilmente utile a fare defluire non so bene quali liquidi. Io e Alina eravamo separate dagli altri. È stato brutto non poter avere la vicinanza del gruppo in quel momento. Alcuni agenti sono passati davanti al vetro ignorando i miei cenno di richiamo per poter andare in bagno o chiedere di coprirmi perché avevo molto freddo. Ci hanno poi fatto andare in bagno con la porta aperta.”
E poi ancora Giulio, 32 anni, architetto di Roma: “Sabato abbiamo provato a sostenere le scioperanti, oggi al 11° giorno senza cibo. Volevamo raggiungere le istituzioni: Montecitorio, il Senato. Le scioperanti vogliono farsi sentire da chi prende le decisioni in questo paese. Le forze dell'ordine hanno deciso che stavamo osando troppo. Almeno 50 agenti erano schierati per impedirci di presenziare con pericolosissimi cartelli e striscioni, la DIGOS ci ha rincorso per strada, camionette, volanti. La grande operazione di polizia è proseguita con un fermo di 5 ore, in cui ci hanno sballottati fra due questure, fatto foto segnaletiche (le avevano già) e preso impronte digitali (le avevano già). Vogliono stancarci, fiaccarci mentalmente e fisicamente, soprattutto le più fragili fra noi, le scioperanti. Ma hanno sottovalutato la loro determinazione.”
E poi Federica, 18 anni, studente di Padova: “Finire in cella per stare camminando per Roma. Non importa quanti problemi ci sono in città. Sei tu la cosa più urgente da fermare. Siamo tutti finiti in questura per 4 ore, poi altre 4 per fotosegnalamenti. Vi sembra giusto? Vi aspettereste di prendere una denuncia dalla polizia per aver camminato su una strada di Roma? Vi consiglio di non finirci, a Roma, in tal caso. Oppure di entrare in resistenza civile. Perché se siamo in 100, non ci possono fermare.”
Francesca, 26 anni, dottorando in fisica di Roma: “Sabato ho passato 4 ore in una cella. Ci hanno portati in camionetta a sirene spiegate a 120 km/h da Palazzo Madama all’ufficio immigrazioni a Tor Cervara. E’ stato spaventoso, non c’erano cinture ed eravamo continuamente sballottate da una parte all’altra. Abbiamo chiesto più volte di rallentare, siamo state ascoltate solamente quando una persona in macchina con noi ha finto di vomitare. Appena arrivate, mi hanno detto che mi dovevano perquisire ed io ho pensato ha senso, d'altronde ci stavano portando in una cella. Ma mi chiedo ha senso essere portate in una cella, a seguito di una manifestazione pacifica? E l’unico senso che riesco a vedere è intimidatorio. Non ero mai stato in un posto con una porta senza maniglia. Sono stato molto colpito dall'impossibilità di uscire. Continuavo a guardare la porta e mi sembrava incompleta. E mi colpiva ancora di più vedere la facilità con cui veniva aperta dall'altro lato. Dalla nostra cella vedevamo i poliziotti fuori che chiacchieravano e lavoravano come se niente fosse. Per noi la situazione era straordinaria, per loro no. La cella era piena di coperte sporche lasciate per terra, tracce di sangue sulle pareti e scritte sui muri. Mi è rimasta impressa una in particolare che diceva "siamo qui ora, siamo pronti, siamo tutti apposto”. Anche noi eravamo tutti apposto, ci eravamo fatti identificare. Eppure eravamo in una cella per un fermo identificativo. Ad un certo punto una poliziotta della digos è entrata per parlarci sinceramente a tu per tu, ma come può essere un dialogo sincero a tu per tu se una delle due parti è rinchiusa? Pian piano che il tempo passava l’aria dentro la cella diventava sempre più viziata e noi non potevamo tenere al nostro interno niente che fosse considerato un oggetto contundente. Ho scoperto che una penna è un oggetto contundente. Quello che mi resta da questa esperienza è tanta rabbia e una denuncia per manifestazione non preavvisata. E la consapevolezza che noi siamo stati fortunati. Eravamo in gruppo, siamo stati in cella solo 4 ore e non abbiamo dovuto dormire lì. E soprattutto siamo cittadini italiani.”
Aldo, 43 anni, libero professionista di Arezzo: “La cosa più snervante dell'esperienza è stato il senso di arbitrarietà e, soprattutto, di disonestà. Sentirsi dire che "è la procedura, è obbligatorio, facciamo sempre così" sapendo che è una palese menzogna, e che loro lo sanno, perché molte altre volte le forze dell'ordine (o gli stessi dirigenti) si sono comportati diversamente. E poi vedere che a questo arbitrio vengono sottoposte persone che non dovrebbero affatto trovarsi lì, perché sono stati fermati mentre non facevano altro che camminare per strada. Vengono puniti e denunciati per la semplice intenzione di manifestare. Chi passa da quelle celle per venire identificato in quanto migrante vive sicuramente un'esperienza peggiore della nostra. Per non parlare di chi si trova nelle carceri israeliane per aver protestato contro il genocidio, o "libero" sotto le bombe di Gaza. Ma difendere i diritti di chi protesta (i nostri, in questo caso) e denunciare gli abusi serve anche a proteggere i diritti di tutti. Non basta, ma serve.”
Maria Letizia, 66 anni, ricercatrice di Ancona: “Stare in cella come te lo immagini? Poco importa. Conta come è, non come te lo sei immaginato. Ero entrata in quel luogo molte altre volte, perché lì ti fanno la foto e ti prendono le impronte. Perché molte altre volte allora? Direte voi. Perché il motivo principale per cui ti portano li è quello di metterti paura e di fiaccare la tua volontà, altrimenti non sprecherebbero macchinari e tempo di lavoro di personale specializzato, ossia soldi pubblici, per acquisire informazioni che già hanno. Ma tutte le altre volte avevo atteso seduta proprio in prossimità dell’ingresso e mi avevano lasciata libera di andare in bagno, di riempire la borraccia, di uscire sul piazzale. Avevo visto che lungo il corridoio c’erano delle grandi stanze con la parete in vetro, ma le avevo viste sempre buie e vuote. Questa volta invece, appena entrata, intravedo delle sagome da dietro quei vetri ... chi sono? Vedo oltre il riflesso del vetro dei corpi avvicinarsi e allora comincio a distinguere dei volti e i loro occhi spalancati e delle mani premere contro quei vetri e agirasi e salutare. Provo pena per quelle persone rinchiuse, ma continuo ancora per qualche secondo a non riconoscerle. Poi riconosco uno sguardo. Non è possibile! È Beatrice, in sciopero della fame da otto giorni! Come possono averla chiusa in una stanza fredda e lercia, senza una panca per sedersi, con l’unica dotazione di un mucchio di luride coperte militari gettate sul pavimento di cemento. E allora riconosco anche le altre persone. E intanto la poliziotta mi spinge lungo il corridoio e così passo, a una a una, davanti alle altre stanze con la parete di vetro. In una ci sono rinchiuse Alina e Serena, le altre due digiunanti: non hanno avuto scrupolo neanche per loro ... e Serena si vede che ha freddo e ed è pallidissima. L’ultima cella è ancora vuota: quella tocca a me a Fede, a Davide e a Bruno.”
E infine, ma non per ultimo, Lucio, 58 anni, reporter per una agenzia di stampa internazionale di Roma: “Sabato sono stato alzato di peso da terra dalle forze dell'ordine per essere condotto con le altre persone in una caserma della polizia. Ritengo assurda e illegittima questa detenzione arbitraria e punitiva durata fino alle 21.30. Già un giudice ha stigmatizzato in una sentenza le forze dell'ordine, sottolineando che non esiste alcuna legge che imponga alla DIGOS di sequestrare in fermo amministrativo persone nonviolente, inermi e inoffensive, che non rappresentano nessun pericolo per l'ordine pubblico. Le stesse regole interne delle forze dell'ordine suggeriscono di favorire qualsiasi manifestazione pacifica, anche non preavvisata. Trovarsi in una cella priva di aerazione e sigillata non è un'esperienza gradevole, ma tradisce un atteggiamento persecutorio e punitivo. Restare in cella per molte ore senza motivo è un abuso di potere inaccettabile. Una mortificazione morale e materiale del tutto inutile per la salvaguardia dell'ordine pubblico, che va sempre e comunque esercitata alla luce dei diritti fondamentali scolpiti nella Costituzione, e anche nelle