Roma accoglie al Teatro India l’attore, regista e drammaturgo argentino Claudio Tolcachir, fondatore del Teatro Timbre 4 di Buenos Aires, in arrivo con un dittico che indaga le crepe del presente. «Per me fare teatro ha senso solo se mi butto nell’abisso». E proprio dall’abisso delle emozioni e delle contraddizioni sociali scaturiscono i due titoli in programma.
Due lavori in scena al Teatro India
Da martedì 20 a sabato 24 maggio va in scena «Los de Ahi», mentre da mercoledì 21 a sabato 24 maggio è la volta di «Rabia». Il primo lavoro, scritto e diretto da Tolcachir, ritrae il ciclo senza tregua dei fattorini: Nuno, Munir, Dani ed Eduardo restano in ascolto di una smistatrice intelligente che assegna consegne, corse, rientri e nuove partenze, con il lampo del telefonino a dettare il ritmo di una quotidianità sospesa.
Riders e indifferenza in «Los de Ahì»
Nel racconto scenico dei riders, il focus si sposta sul vuoto creato dall’indifferenza. «La crudeltà non è una novità, lo so. L’indifferenza, tuttavia, sembra una scoperta di questi tempi — denuncia Tolcachir —. Quelle persone sono un piccolo universo invisibile pieno di vita. Esseri ignorati, di cui normalmente non ricorderemmo i volti e i nomi». Ma il teatro «forse è questo»: fermarsi, avvicinare l’obiettivo finché non riconosciamo i loro sguardi e le loro voci. «Mi piace pensare a uno spettatore attivo, curioso, intuitivo — commenta il regista —. Se il teatro mi permette di iniettare un pezzo di vita lì, di recuperare una dimensione umana di fronte all’anonimato anestetizzante, saprò perché lo faccio». In controluce resta l’idea cardine evocata dall’artista: «C’è un luogo così vicino al cuore del mondo, che il mondo se n’è dimenticato».
Il labirinto di «Rabia»
Con «Rabia», tratto dal romanzo di Sergio Bizzio, Tolcachir firma un monologo claustrofobico e sensoriale: al centro il nascondiglio di José María, operaio responsabile di un brutale omicidio dopo uno scatto d’ira. «Ci sono progetti che si impossessano del nostro corpo in modo quasi ossessivo e non ci lasciano andare finché non si vede la luce. Rabia è uno di questi». Per l’autore, raccontare la vicenda di un omicida significa inoltrarsi «nell’avventura più rischiosa». Ovvero, «dispiegarla nello spazio». Un rischio che è anche una dichiarazione di poetica: «Ma perché fare teatro se non ci buttiamo nell’abisso, se non impazziamo d’amore e di paura?».