La vicenda di Spin Time riporta alla memoria un’altra occupazione che, oltre trent’anni fa, mise Roma davanti alle contraddizioni e alle difficoltà legate all’accoglienza: quella della Pantanella, l’ex pastificio occupato nel 1990 da migliaia di immigrati, soprattutto asiatici, e sgomberato l’anno successivo. Una storia che vide protagonista anche don Luigi Di Liegro, allora direttore della Caritas di Roma, impegnato in un confronto duro con Comune e Prefettura. A ricostruire quel passaggio è Pierciro Galeone, Vice Presidente della Fondazione Internazionale Don Luigi di Liegro e Direttore dell’IFEL (Istituto per la finanza e l’economia locale), che legge la vicenda della Pantanella come un esempio ancora attuale di come affrontare le emergenze abitative e migratorie: non limitandosi allo sgombero, ma costruendo percorsi di autonomia e integrazione.
Spin Time e la lezione della Pantanella: così don Di Liegro affrontò l’emergenza
«Durante l’occupazione, tra il 1990 e l’inizio del 1991, - spiega Pierciro Galeone - alla Pantanella passarono 3.532 persone, in gran parte giovani, molte con un buon livello di istruzione e già in possesso del permesso di soggiorno. Don Luigi e la Caritas contribuirono a garantire i servizi essenziali e l’assistenza sanitaria. Gli stessi occupanti avevano organizzato una scuola di italiano, una moschea, un giornale, un comitato di gestione e diverse commissioni di lavoro». Don Luigi, sottolinea Galeone, non era un «partigiano dell’occupazione», come veniva descritto da alcuni ambienti ostili. La sua posizione era piuttosto quella di chi cercava di trasformare l’emergenza in un percorso di integrazione. «Non si trattava, infatti, di confrontarsi con una massa indistinta di occupanti, ma con persone».
Da qui nacque l’idea di costruire una sorta di anagrafe lavorativa, partendo dalla convinzione che molti degli occupanti già lavorassero o fossero nelle condizioni di farlo. L’obiettivo era accompagnarli verso una maggiore autonomia economica e, di conseguenza, abitativa. La prospettiva di don Luigi andava quindi oltre la gestione dell’emergenza. Per la Pantanella immaginava un piano cittadino di interventi e una rete di centri di accoglienza più piccoli, nei quali accompagnare le persone verso il lavoro, la regolarizzazione e una sistemazione abitativa ordinaria.
Il confronto con il Comune e la Prefettura fu intenso e aspro e la vicenda alimentò un acceso dibattito nella città. Si arrivò anche vicino alla discussione di un piano per il «dopo Pantanella». Ma quel percorso non si concretizzò. La vicenda si concluse «nel peggiore dei modi» come disse don Luigi, con lo sgombero e il trasferimento degli occupanti in residence fuori Roma.
Per Galeone, quella conclusione rappresentò l’incapacità di affrontare il problema oltre la fase emergenziale: «Un esito privo di una reale soluzione, un intervento destinato a generare nuove emergenze e un’occasione perduta per avviare una politica seria fin dagli inizi del fenomeno migratorio. Allora i residenti stranieri rappresentavano appena il 2% della popolazione; oggi superano il 12%».
Per il Vice Presidente della Fondazione Internazionale Don Luigi di Liegro e Direttore dell’IFEL, resta attuale il metodo con cui don Luigi affrontò quella crisi: partire dalle persone, dalle loro capacità e dai loro bisogni, costruendo soluzioni sostenibili e distribuite sul territorio. «Don Luigi Di Liegro affrontò quel confronto difficile per delineare un percorso dall’emergenza all’autonomia, dall’assistenza all’assunzione di responsabilità e alla garanzia dei diritti. Lo fece partendo dalle persone, dalle loro risorse e dai loro bisogni, individuando soluzioni decentrate e sostenibili, capaci di anticipare il futuro. Un contributo alla cultura di governo della città. Una storia da non dimenticare» conclude Galeone.