La giunta capitolina ha dato il via libera a un accordo di collaborazione con la Regione Lazio per «gestire la sovrappopolazione di ungulati». L’intesa, della durata di un anno, punta a ridurre la presenza di cinghiali nelle aree urbane e prevede da parte del Campidoglio un rimborso di 200mila euro «come ristoro delle spese» sostenute dalla Pisana. Da via Cristoforo Colombo fanno sapere che il provvedimento sarà portato in giunta regionale la prossima settimana.
Obiettivi e interventi previsti
Il piano condiviso mira a ridurre il numero di cinghiali nelle aree non vocate, prevenire la diffusione della peste suina, abbassare i rischi per la pubblica incolumità, diminuire l’incidentalità stradale e limitare l’interazione tra fauna selvatica e rifiuti. Sono previsti almeno 150 interventi, con le urgenze da effettuare entro 24-48 ore. Nelle aree considerate prioritarie l’obiettivo è una riduzione pari o superiore al 60%, accompagnata da un calo delle segnalazioni e dei sinistri.
Le azioni saranno intensificate nei primi 2-4 mesi, con un report intermedio a 6 mesi. Tra il 7º e il 9º mese sono previste operazioni mirate, per poi tracciare un bilancio conclusivo.
Quadro normativo e territori più esposti
Dopo l’approvazione del Priu (Piano regionale di interventi urgenti per il controllo e l’eradicazione della peste suina), la competenza sul contenimento fuori dai parchi naturali è in capo ai Comuni, che possono avvalersi della collaborazione regionale. Per ragioni anche di coordinamento istituzionale, il Campidoglio ha scelto l’intesa con la Pisana. Le prime ricadute sono attese nelle aree intorno al Parco dell’Insugherata e al Parco dell’Inviolatella Borghese, dove sono stati segnalati passaggi su via della Camilluccia, via Cortina d’Ampezzo e via Cassia.
Le criticità segnalate
Fonti interne alla gestione riferiscono di aver già esaurito gli abbattimenti previsti e di aver completato il 50% del piano di controllo, senza tuttavia riuscire a stabilizzare il fenomeno. A incidere è l’alto indice riproduttivo dei cinghiali, stimato in media al 150% annuo, e la dinamica all’interno delle aree protette, considerate veri e propri incubatori, dove verrebbero catturati soprattutto esemplari giovani non riproduttivi. «Sulla carta i numeri ci sono, ma non si notano i risultati».