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Oltre il meme: perché l'intervista di Del Vecchio non meritava la gogna

Oltre il meme: perché l'intervista di Del Vecchio non meritava la gogna

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Commenti ironici, meme sarcastici, caricature grottesche e perfino una imitazione particolarmente cattiva firmata Ubaldo Pantani. Da settimane Leonardo Maria Del Vecchio — figlio dell’illuminato fondatore di Luxottica e manager chiamato a proseguire il business di famiglia — è al centro di una rumorosa e, per molti versi, vergognosa shitstorm esplosa subito dopo la sua partecipazione a "Otto e Mezzo" su La7.

A leggere i social — e persino qualche articolo di commentatori autorevoli che evidentemente non hanno visto l’intervista a Lilli Gruber — sembrerebbe di essersi persi una piccola Waterloo comunicativa. Un disastro epocale. Una débâcle da manuale. Peccato che, rivedendo la puntata, la sensazione sia decisamente diversa: nulla di memorabile, certo, ma neppure nulla che giustifichi la gogna mediatica che gli è stata riservata.

Che sia stata un’occasione poco fortunata? Che fosse poco preparato? Possibile. Ma il punto vero è un altro: chi ha stabilito che per meritarsi il ruolo di manager di successo bisogna essere per forza anche un animale da palcoscenico?

Parlare in pubblico — e ancora di più in uno studio televisivo — non è facile. Sostenere un’intervista in un contesto che appare pregiudizialmente ostile lo è ancora meno. E conta moltissimo la predisposizione naturale. Chiunque abbia frequentato il mondo delle imprese sa che esistono imprenditori straordinari nel loro lavoro e totalmente disinteressati alla comunicazione. Professionisti che preferiscono i numeri ai riflettori, i bilanci alle luci di studio.

E allora perché stupirsi se anche Del Vecchio jr, al netto della sua notorietà e del patrimonio ereditato, resta pur sempre un essere umano con la sua timidezza e le sue esitazioni? Un ragazzo che ha studiato, lavorato, fatto esperienze e che improvvisamente si ritrova sotto una lente d’ingrandimento permanente.

Se proprio lo si vuole giudicare, non dovrebbe essere per la disinvoltura davanti alle telecamere, ma per la sua capacità di guidare un colosso globale con centinaia di migliaia di dipendenti in oltre 150 Paesi. Tutto il resto è spettacolo. O, peggio, intrattenimento.

E allora perché tanto odio? Perché questa valanga di sarcasmo e livore?

I social, si sa, sono spesso il ricettacolo delle frustrazioni più rancorose. Ma qui c’è qualcosa di più: una questione quasi antropologica. La colpa implicita che viene rinfacciata al giovane imprenditore sembra essere una sola: essere nato dalla parte “giusta” della fortuna. Aver ereditato ricchezza, responsabilità e aspettative gigantesche. Come se ricevere un patrimonio lecitamente costruito fosse, di per sé, una colpa morale.

Forse c’è anche un’altra chiave di lettura. E se dietro quell’atteggiamento impacciato non ci fosse incompetenza ma timidezza? Se ci fosse la ritrosia di chi sa di dover raccogliere un’eredità enorme e sente il peso di un confronto inevitabile? La consapevolezza di essere sotto esame permanente, e di non poter sbagliare neppure una pausa, un silenzio, un’esitazione?

Provate a immedesimarvi. Davvero riuscireste a sostenere con assoluta serenità un’intervista televisiva in prima serata, in un contesto già critico in partenza? E come reagireste alla pressione di aspettative gigantesche e al giudizio feroce dei social?

Ridereste ancora dei meme? Delle caricature? Delle imitazioni?

Fa sorridere — amaramente — che la satira più spietata (l'intervista fake a Leonardo Del Vecchio interpretato da Ubaldo Pantani) sia arrivata proprio da quel salotto televisivo, "Che tempo che fa" con Fabio Fazio sul Nove, che ama raccontarsi come tempio del politicamente corretto, del rispetto e dell’inclusione. Evidentemente quei valori funzionano a corrente alternata: validi per molti, ma non per chi è ricco, timido e magari percepito come “troppo fortunato”.

La domanda finale resta sospesa: essere privilegiati giustifica davvero il bullismo mediatico? Oppure, più semplicemente, siamo davanti all’ennesima dimostrazione di quanto l’invidia sappia essere feroce quando trova un bersaglio perfetto? O, per qualche motivo, una persona comunque diversa da come ce l'eravamo immaginata?