Due componenti della commissione Cinema selettivi del ministero della Cultura hanno rassegnato le dimissioni dopo le polemiche sul mancato finanziamento pubblico al docufilm su Giulio Regeni. A lasciare sono Massimo Galimberti, consulente editoriale e story editor, e Paolo Mereghetti, giornalista e critico cinematografico.
Le dimissioni e le motivazioni
Mereghetti ha spiegato di aver inviato una rinuncia formale, motivando la propria scelta con una questione di coerenza personale. «Ho mandato stamattina una lettera di dimissioni dal mio ruolo, non solo sul documentario di Regeni ma diciamo che nella lettera di dimissioni volevo sottolineare la mia distanza da certe scelte, un discorso di coerenza - ha poi motivato Mereghetti -. Vorrei evitare di aumentare le polemiche, ma sottolineo che io avevo già difeso il documentario su Regeni su Io Donna».
Galimberti ha parlato di «incompatibilità ambientale» maturata nell’attività della commissione. «Sono anni che lavoro con il ministero, ho fatto parte di varie commissioni, però in questa fase ho sentito una sorta di incompatibilità ambientale legata a vari fattori, nell'approccio alle procedure, nell'analisi e nella valutazione degli elementi dei progetti. Ci sono modalità che non condivido». E ancora: «C'è da parte mia il pieno rispetto della professionalità dei miei colleghi, ma nelle modalità di valutazione siamo a volte molto distanti - aggiunge Galimberti -. E per quanto le decisioni di cui si parla siano venute da una sottocommissione e siano legate ai soggetti che le hanno prese, ne emerge una valutazione della cultura in cui non mi ritrovo. Essendo parte di un gruppo ho sentito di non potermi riconoscere in queste modalità».
Il progetto sul caso Regeni e le critiche del settore
Oggetto del contendere è il documentario «Giulio Regeni, tutto il male del mondo», diretto da Simone Manetti e vincitore del Nastro della Legalità 2026, che ricostruisce la vicenda del ricercatore italiano rapito, torturato e ucciso in Egitto nel 2016. Secondo i produttori, la mancata assegnazione dei contributi del Mic richiede maggiore trasparenza. «Ho prodotto altri due film - aveva commentato apprendendo la notizia Domenico Procacci di Fandango - che non sono stati inclusi nella lista di finanziamenti del ministero della Cultura: quello di Francesca Archibugi e quello di Fausto Paravitino, regista che in teatro ha vinto molti premi. Pazienza, capita. Ma che non sia stato ritenuto degno di sostegno il documentario su Giulio Regeni no, non mi convince. Credo che le logiche debbano essere più chiare». E ancora: «Senza aver subito alcun danno economico - aveva concluso Procacci -, perché la mia casa di produzione, Fandango, ha accompagnato solo da un certo punto in poi il documentario. Mentre per Ganesh, la casa di produzione di Mario Marzarotti, sarebbe stato un sostegno importante».
Le interrogazioni e le reazioni politiche
Il caso è approdato alla Camera con interrogazioni parlamentari. La capogruppo dem Chiara Braga ha chiesto «risposte immediate», aggiungendo: «Parliamo di un'opera di evidente valore civile e culturale. È una valutazione di natura politica quella che ha portato all'esclusione dal sostegno pubblico?». Il segretario di Più Europa Riccardo Magi ha dichiarato: «Eppure - ha contestato il segretario di Più Europa, Riccardo Magi - nell'Italia di Giorgia Meloni e Alessandro Giuli, gli viene negato il finanziamento pubblico perché di scarso interesse culturale. E non serve nemmeno fare paragoni con altre opere invece finanziate. A questo punto, i casi sono due: o la commissione del ministero è totalmente incompetente oppure c'è stato un mandato politico. In entrambi i casi, è un fatto talmente grave e incredibile che il ministro Giuli ha l'obbligo di chiarire in Parlamento».
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Per Angelo Bonelli (Avs) la scelta equivale a un bavaglio: «Si impedisce di portare nelle sale un'opera che racconta una verità che evidentemente si preferisce non mostrare. O il ministero non è stato in grado di riconoscere il valore dell'opera, oppure ha avallato una decisione politica».