L’eroe del 26 maggio laziale si è palesato dopo un anno di silenzio. Si è preso tempo per ragionare sul suo addio a Roma e al calcio. Senad Lulic si aspettava un trattamento diverso, lui entrato nella leggenda biancoceleste. Lo ha spiegato in una lunga intervista rilasciata al Corriere dello Sport. Ha iniziato raccontando quello che fa oggi: “Sto bene, vivo a Coira, faccio il padre h24, mi godo la mia famiglia, la libertà. Porto i figli a giocare a pallone, mia figlia fa unihockey. Faccio il tassista -dice ridendo Lulic- ma gli ultimi due anni a Roma non sono stati facili", racconta.
A Roma, dice, il 26 maggio non può essere sostituito con nient’altro. Con i tifosi il legame rimane unico e indissolubile, dalla società. Al momento dell’addio, si aspettava di più: “Non avevo aspettative però mi aspettavo chiarezza. Pensavo che ci saremmo seduti per chiarire cosa fare. Ho provato rabbia, amarezza".
Quella rabbia, racconta al Corriere dello Sport, non è ancora passata: "Giochi l'ultima col Sassuolo e non sai cosa succederà, se resti o no. A marzo o aprile mi avrebbero potuto dire ‘Senad vogliamo ringiovanire’. Non ci sarebbero stati problemi. È mancata chiarezza. Avrei continuato volentieri, 5 minuti dopo 10 anni potevano trovarsi. Invece sono partito per le vacanze e in vacanza sono rimasto".
Tare è stato l’unico a chiamarlo, per dirgli che la sua avventura alla Lazio era finita: “Il 30 giugno mi ha detto che non avremmo continuato insieme, che avrebbero preso un altro". Su Sarri: “Penso che la mia partenza fosse decisa. Nel calcio si dà la colpa agli altri. Alla fine è passata che fu Sarri a non volermi, ma non penso c'entri".