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Lazio, crollo della produzione di nocciole: -70% e fino a 200 milioni di danni

Lazio, crollo della produzione di nocciole: -70% e fino a 200 milioni di danni

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La filiera delle nocciole del Lazio attraversa una fase critica senza precedenti. Nell’ultimo anno la produzione regionale ha subito un taglio stimato del 70%, con una perdita di circa 300mila quintali su un totale di 500mila. Il conto economico è pesante: i danni sono valutati tra 150 e 200 milioni di euro, con il 90% dell’impatto concentrato nel Viterbese, area cardine..

Le ripercussioni non riguardano solo gli agricoltori. La contrazione del raccolto coinvolge l’intera catena del valore, dalla trasformazione alla logistica, fino alla distribuzione, e mette sotto pressione un comparto riconosciuto come una delle eccellenze agroalimentari regionali. Il segnale che arriva dalle campagne della Tuscia è netto: la stagione ha messo in difficoltà piante e frutti, con ricadute diffuse in tutto il territorio del Lazio.

Il peso del calo nel Viterbese

Il cuore della crisi è nel Viterbese, dove si concentra la larga parte delle superfici coltivate e dove si stima il 90% delle perdite. Qui il contraccolpo è particolarmente visibile, perché l’area rappresenta il baricentro produttivo della corilicoltura regionale. La riduzione dei volumi non significa solo meno prodotto disponibile, ma anche una qualità compromessa in molti appezzamenti, con frutti che in diversi casi non hanno raggiunto gli standard attesi.

La dinamica dei prezzi e dei contratti di fornitura ne risente, mentre le aziende agricole, piccole e medie in primis, sono chiamate a gestire una stagione di cassa più corta del previsto. La geografia del danno evidenzia un asse produttivo che, senza interventi mirati e programmazione, rischia di vedere ampliarsi il divario tra aree più resilienti e zone maggiormente esposte alle anomalie climatiche.

Clima estremo e patogeni: la combinazione che ha colpito i noccioleti

Alla base del crollo c’è la sovrapposizione di fattori avversi. Le gelate tardive hanno inciso sulle fasi delicate di fioritura e allegagione, mentre le ondate di calore estive hanno aggravato lo stress idrico. A questo si sono aggiunti gli attacchi di agenti fitopatologici, che hanno indebolito piante e frutti. Il risultato si è tradotto in un doppio esito negativo: da un lato una caduta anticipata delle nocciole, dall’altro un prodotto in diversi casi poco saporito e con caratteristiche organolettiche inferiori alle attese.

Si tratta di una sequenza di eventi che ha colpito più volte gli impianti nell’arco della stagione, impedendo un recupero anche nelle fasi finali del ciclo produttivo. La concomitanza tra stress termico e pressione fitosanitaria ha reso difficile impostare strategie colturali efficaci in tempi rapidi, lasciando margini stretti per interventi correttivi.

Noccioleti in età avanzata e nuovi impianti poco performanti

Il quadro climatico si somma a criticità strutturali. In molte aree del Lazio le coltivazioni sono vetuste e gli alberi più vecchi non sono stati sostituiti tempestivamente. Questo ha ridotto la capacità degli impianti di reagire agli shock climatici e di mantenere costante la produttività. In parallelo, le scelte di rinnovo non sempre hanno dato i risultati sperati: in diversi casi i nuovi fusti messi a dimora non hanno attecchito in modo adeguato, incidendo sulla continuità produttiva.

Un ulteriore elemento è legato agli investimenti sul territorio realizzati dal gruppo Ferrero, che hanno indotto numerosi imprenditori a entrare o ad ampliare la presenza nel comparto. In alcune zone, però, i nuovi impianti sono stati avviati in ambienti dove le condizioni pedoclimatiche si sono rivelate meno idonee, con conseguenti difficoltà di sviluppo e rese inferiori alle attese. La combinazione tra età dei noccioleti e nuovi insediamenti poco performanti ha così amplificato gli effetti del clima avverso.

L’allarme di Confagricoltura Lazio

La gravità della situazione è stata sintetizzata dal mondo associativo. «Siano di fronte a una situazione senza precedenti che rischia addirittura di peggiorare», avverte Antonio Parenti, presidente di Confagricoltura Lazio. Il messaggio riflette la preoccupazione degli operatori, alle prese con una stagione che ha messo in discussione equilibri consolidati e che richiede ora attenzione nella pianificazione delle prossime attività colturali.

L’alert lanciato dal comparto agricolo conferma la necessità di monitorare con puntualità l’andamento delle produzioni residue e di valutare scelte agronomiche coerenti con le nuove condizioni meteo-climatiche. La priorità, per gli addetti ai lavori, è contenere gli effetti del calo e preservare la tenuta economica delle aziende della regione.

Le ricadute economiche sulla filiera regionale

Le stime parlano di danni compresi tra 150 e 200 milioni, con un effetto che si riflette lungo tutti gli anelli della filiera. La riduzione dei volumi ridisegna tempi e costi per la trasformazione, comprime i margini e mette in pausa parte degli investimenti programmati. Per un comparto che in Roma e Lazio ha costruito nel tempo reputazione e sbocchi commerciali qualificati, la sfida è salvaguardare continuità e qualità, evitando che la contrazione si trasformi in una perdita strutturale di competitività.

Il riferimento al Viterbese come area più colpita aggiunge un elemento territoriale rilevante: il baricentro produttivo della Tuscia ha trainato per anni l’offerta regionale e oggi affronta un passaggio complesso che richiede scelte ponderate su rinnovo degli impianti, gestione fitosanitaria e tutela del suolo.

Prospettive e priorità per il territorio

In vista delle prossime campagne, gli operatori indicano come priorità la cura degli impianti esistenti e la valutazione attenta di eventuali rinnovi, privilegiando contesti pedoclimatici adatti e tecniche che consolidino la resilienza dei noccioleti. La gestione degli stress termici, la prevenzione dei patogeni e un’adeguata pianificazione irrigua assumono un ruolo centrale per sostenere la ripresa, insieme a un rinnovato equilibrio tra ampliamenti e sostituzione degli alberi più vecchi.

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La crisi in corso, evidenziata dal crollo fino al 70% della produzione, rappresenta un banco di prova per l’intero sistema. La risposta dovrà essere coordinata e pragmatica, con scelte coerenti alle caratteristiche dei territori del Lazio e con l’obiettivo di valorizzare un settore che resta strategico per l’economia agricola regionale e per l’identità produttiva del Viterbese.