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Lavitola confessa: attentato a Ranucci per rafforzare la scorta

Lavitola confessa: attentato a Ranucci per rafforzare la scorta

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Valter Lavitola ha ammesso davanti al gip di essere il mandante del presunto attentato ai danni di Sigfrido Ranucci. In un interrogatorio di garanzia durato circa cinque ore, il giornalista ed ex editore, detenuto da due giorni nel carcere di Rebibbia, ha spiegato le proprie motivazioni, rivendicando la scelta come misura di tutela del conduttore di Report.

Le ammissioni davanti al gip

«Lavitola ha confermato l'ipotesi accusatoria della procura ammettendo di essere stato il mandante dell'attentato e dice di averlo fatto per tutelare l’incolumità di Ranucci che era oggetto di parecchi pericolosi tentativi di aggredirlo e fargli innalzare il livello di protezione». Così l’avvocato Sergio Cola al termine dell’interrogatorio di garanzia di Valter Lavitola nel carcere di Rebibbia, che ha dunque cambiato linea rispetto ai primi di luglio, quando si era avvalso della facoltà di non rispondere.

Il contesto dell’inchiesta

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il nome di Lavitola era emerso da intercettazioni telefoniche avviate dopo che un filone d’indagine, affidato al magistrato Carlo Villani, aveva portato a iscrivere nel registro degli indagati quattro pregiudicati avellinesi per strage aggravata dal metodo mafioso. Nel corso dell’odierna udienza di garanzia, Lavitola ha scelto di ammettere i fatti contestati dal pm Edoardo De Santis.

Legale Ranucci: "Confessione Lavitola lascia sgomenti e conferma delirante teatro follia"

“La confessione di cui apprendiamo lascia sgomenti e conferma il delirante teatro della follia se il movente reale fosse effettivamente quello riportato. Anche perché Sigfrido Ranucci ha la scorta ininterrotta dal 2021 confermata negli anni per la gravità delle minacce di morte ricevute e rigorosamente valutate dal ministero dell’Interno”. Così l’avvocato Roberto De Vita, legale di Sigfrido Ranucci, dopo l’interrogatorio di garanzia di Valter Lavitola.

"Così come la popolarità del conduttore di Report era già da molto tempo elevatissima sia in Italia che all’estero, prova ne è la persistenza della tensione mediatica su quanto sta avvenendo. Quindi - sottolinea il penalista - se il movente è quello si colloca tra l’inutile e il rassicurante, di certo lontano da ipotesi ben più gravi e gravose. Ovviamente un conto è la confessione altro la valutazione della sua credibilità”.