Cgil Roma e Lazio accende i riflettori sul caro vita a Roma e chiede interventi urgenti a Regione e Campidoglio. Secondo il sindacato, il potere d’acquisto dei lavoratori nella Capitale e nel Lazio è sceso del 2,3% rispetto al 2019, mentre i prezzi di alimentari, energia, affitti e trasporti continuano a pesare sui bilanci familiari. Un incontro con Comune e Regione è in programma domani, 6 maggio 2026.
La richiesta del sindacato
La piattaforma rivendicativa punta ad allentare il carico fiscale locale su salari e pensioni, con un focus sulle addizionali Irpef. «Ribadiremo l'urgenza di misure a tutela del potere d'acquisto dei redditi da lavoro e pensione - dichiara il segretario Cgil di Roma e Lazio, Natale Di Cola - a partire dal superamento delle maggiorazioni sulle addizionali regionali e comunali Irpef».
Redditi e inflazione a Roma
Il sindacato segnala che il 57% dei lavoratori ha rinunciato a spese non essenziali e vacanze negli ultimi anni. Sul fronte dei redditi, Di Cola sottolinea come l’aumento sia solo nominale: «è passato dai 27.525 euro del 2019 ai 31.868 euro del 2024, sulla base dei dati del Ministero dell'Economia e delle Finanze relativi alle dichiarazioni fiscali presentate nel 2025. Un aumento del 15,8% che, però, esiste solo sul piano nominale dei redditi dichiarati. Se si deflaziona il reddito complessivo dichiarato a Roma, infatti, il suo valore reale risulta inferiore del 2,3% rispetto al 2019».
A pesare maggiormente è l’inflazione concentrata sui beni primari. Di Cola aggiunge: «L'inflazione da profitto, concentrata su beni essenziali come alimenti ed energia, ha eroso una parte importante del potere d'acquisto delle persone. Cibo e utenze arrivano a pesare per il 40% sul paniere di chi ha un reddito inferiore ai 15.000 euro. Per queste persone, l'inflazione cumulata di questi anni ha determinato una compressione del reddito del 20%, più del doppio rispetto a chi ha dichiarato oltre 120.000 euro».
Occupazione, pensioni e fasce di reddito
La struttura dei redditi nella Capitale rimane ancorata a lavoro e pensioni. Come ricorda Di Cola, «continua a provenire da lavoro dipendente e assimilati e da pensioni. Nel 2024 queste due componenti valgono complessivamente 51,5 miliardi di euro, pari all'82,4% del reddito complessivo dichiarato. Le persone che dichiarano redditi da lavoro sono passate da 1.079.330 a 1.148.847, quasi 70 mila in più. Il numero delle pensionate e dei pensionati resta invece pressoché invariato».
Sulle medie pro capite, il segretario evidenzia il divario tra nominale e reale: «è pari a 29.538 euro, mentre quello di chi percepisce una pensione è pari a 29.924 euro. Tuttavia, negli ultimi anni, la perdita di potere d'acquisto è stata di circa 4.400 euro, una cifra superiore alla crescita dei redditi medi nominali registrata dal 2019 a oggi. Ma guardare soltanto alla crescita nominale rischia di raccontare una ripresa che molte famiglie non hanno realmente avuto».
Il calo dei contribuenti sotto i 15.000 euro non indica necessariamente un miglioramento. Di Cola aggiunge ancora: «Il calo dei contribuenti con redditi fino a 15.000 euro, passati dai 699 mila del 2019, pari al 37,6%, ai 591 mila del 2024, pari al 31,2%, non va tradotto automaticamente come un'uscita da condizioni di difficoltà e disagio. Le ragioni sono due. La prima è la stagnazione dei redditi medi in questa fascia. Nella fascia tra 0 e 10.000 euro, il valore medio del reddito nominale è persino diminuito, passando da 4.482 a 4.406 euro; nella fascia tra 10 e 15 mila euro, invece, il reddito medio nominale è sostanzialmente fermo, passando da 12.442 a 12.501 euro».
La seconda criticità, conclude il sindacato, è lo scivolamento di scaglione per effetto delle soglie non indicizzate: «riguarda la natura nominale delle soglie fiscali, che non tengono conto dell'inflazione. L'aumento nominale dei redditi sposta infatti le persone verso scaglioni più elevati, determinando una maggiore pressione fiscale, la riduzione delle detrazioni e l'eventuale perdita di misure di sostegno, dirette e indirette, legate a soglie che non vengono rivalutate né adeguate all'inflazione».