Negli ultimi mesi il web ha amplificato notizie allarmistiche sui vaccini per l’aviaria e sul progetto pilota: si è parlato di vaccini a mRNA autoamplificanti, di tecniche simili al vaccino anti-Covid AstraZeneca, di prioni e perfino di carne pericolosa una volta cotta. nell'ultima puntata di "A Viso scoperto", il biologo molecolare, ricercatore indipendente e divulgatore scientifico Roberto Masselli, riporta l’attenzione sui dati, spiegando il quadro reale dell’influenza aviaria H5N1 e le azioni prioritarie per limitarne la circolazione negli allevamenti.
I rischi potenziali dell’influenza aviaria
L’aviaria viene studiata dal 1996 e ha colpito duramente volatili selvatici e di allevamento. Più recentemente, il virus si è spostato verso i mammiferi: sono stati segnalati, tra gli altri, 17.000 leoni marini morti nell’Antartico. Negli USA sono stati interessati anche i bovini, con particolare affinità per le ghiandole mammarie, tanto che tracce virali sono state rilevate nel latte. Questi elementi impongono vigilanza e strategie di contenimento mirate.
Masselli distingue due ceppi: a bassa patogenicità (gli animali spesso restano in vita) e ad alta patogenicità (mortalità fino al 100%). Gli uccelli migratori possono introdurre ceppi a bassa patogenicità nelle aree a rischio (ad esempio il Veneto), ma grandi allevamenti con decine di migliaia di galline favoriscono la ricombinazione genetica, che può far emergere varianti più aggressive. È questo scenario che il progetto pilota mira a contenere.
Il salto di specie
Il rischio principale è lo spillover: il salto di specie dal pollame ad altri animali (suini, ovini, caprini, domestici) e, potenzialmente, all’uomo. Ad oggi, non si osserva trasmissione uomo-uomo; i rari casi umani derivano da esposizioni professionali intense. Per ridurre i rischi, servono biosicurezza, monitoraggio, rapida gestione dei focolai e informazione chiara, evitando narrazioni sensazionalistiche.