Ricerca nel Sito

Tra detenzione in Israele e mobilitazioni in Italia: Barbara Schiavulli racconta la Flotilla

Tra detenzione in Israele e mobilitazioni in Italia: Barbara Schiavulli racconta la Flotilla

|

Si è parlato molto in questi giorni, o meglio in queste settimane, della missione Global Sumud Flotilla, una missione il cui obiettivo è rompere il blocco israeliano e portare aiuti agli abitanti della Striscia di Gaza. Facile a dirsi, meno a farsi. Abbiamo anche assistito al progressivo rientro a casa degli attivisti della Global Sumud Flotilla, prima alcuni politici e poi degli altri tra cui giornalisti, reporter di cui ora si fa a gara per ospitarne le voci, ma ben venga: le testimonianze dirette sono ciò che di più prezioso abbiamo in questo momento e sono sempre il miglior modo per comprendere le realtà.

Momenti concitati come quelli dell’abbordaggio in mare delle forze armate israeliane, hanno tenuto tutta l’Italia – ed oltre – con il fiato sospeso, e il così chiamato equipaggio di terra non ha esitato a fare sentire la vicinanza all’equipaggio di mare.

Noi di Radio Roma News abbiamo raggiunto Barbara Schiavulli, giornalista e direttrice di Radio Bullets, che è stata su una delle barche della missione, la Morgana, e poi ha vissuto la detenzione.

Abbiamo registrato questa intervista per cercare di dar voce ad una testimonianza in un momento importante della storia, un momento in cui molte donne e uomini, bambini e adulti sono scesi in piazza per manifestare la loro vicinanza alla Flotilla, ma soprattutto al popolo palestinese perché – come si è sentito dai cori dei vari cortei – la loro lotta è la nostra lotta.

La prima cosa che abbiamo chiesto a Barbara è: come stai?

“Sto bene, sto bene adesso che sono a casa. Sto ancora meglio sapendo che chi era rimasto lì è tornato. Non sto bene per il fatto che a Gaza si continua a morire, che quello che abbiamo fatto potrebbe spegnersi e sarebbe davvero un peccato perché siamo andati molto vicino a fare la differenza. Comunque l'impresa è stata storica. Sto bene perché finalmente so che i mie e le persone che mi sono vicino non sono più preoccupati - e lo sono stati molto - e sto per riprendendo a fare quello che è il mio solito lavoro, ossia scrivere e raccontare per Radio Bullets. Non basta parlarne, bisogna mettere anche le cose nero su bianco”.

Lei da sempre segue storie come quella che questa volta, però, ha vissuto in prima persona e che ora racconta con una penna ed un tono differente perché la forza delle emozioni vissute è tanta. Ma cosa l’ha spinta a partecipare alla missione?

“Che cosa mi ha spinto a fare questa missione? Beh, avevo percepito che sarebbe stato qualcosa di storico, avevano pensavo di andare lì e di raccontarla questa storia, come ho sempre fatto: la giornalista che va nei posti per trent'anni raccontato le guerre e da chi è sul posto, ne tra dei racconti. In realtà poi ho capito che ne sarei stata in qualche modo anche la protagonista perché non sarebbe stato un vero lavoro giornalistico, ma era una presa di posizione. L'altro motivo era perché sono stati uccisi 270 giornalisti a Gaza, anche di più. Alcuni li conoscevo, alcuni hanno perso le famiglie, alcuni lottano ogni giorno per raccontare questa storia e credevo che mettermi in mezzo a tutto questo fosse un modo per dimostrare che noi non ci siamo dimenticati di loro, che non sono soli. Tutto questo è stato fatto principalmente per Gaza. Poi l'obiettivo era quello di rompere l'assedio, ma sapevamo che sarebbe stato molto difficile, Israele ce l'avrebbe impedito. Era anche una missione politica, ovvero quella di accendere e di risvegliare e di far conoscere. Questo, devo dire, ha funzionato tantissimo”.

Lei ora sta bene, ma ha vissuto assieme ad altri momenti molto brutti, a partire dal viaggio che è stato un viaggio con non poche peripezie, all’abbordaggio, alla detenzione e poi il ritorno a casa. La sua missione inizia così:

“Prima abbiamo avuto 18 giorni di viaggio, che è stato duro: qualcuno l'ha definito una crociera, ma crociera non è stata per niente perché c'è stato mare mosso, perché ci sono state persone che sono state male, perché siamo stati colpiti dai droni in acque internazionali vicino a Creta, quindi a 1.200 km di distanza da Gaza e nessuno ha detto niente. Forse quello che ci ha fatto male è la mancanza di tutela politica. Poi, è vero, hanno mandato sia la Spagna sia la Turchia sia l'Italia delle navi per scortarci in qualche modo, o soccorrerci come hanno detto loro, ma di fatto nel momento clou a 150miglia dove erano state prese le flottiglie precedenti, se ne sono andate via. E allora che cosa serviva? Solo per evitare che ci attaccassero i droni nelle due notti precedenti?

Poi quando siamo arrivati al porto, prima ci hanno tenuto seduti per ore a gambe incrociate con la testa bassa, coi cani d'assalto che giravano, con Greta Thunberg costretta a portare la bandiera israeliana e lì è cominciata quella che era l'umiliazione. Come ha definito bene il ministro della Sicurezza Nazionale Benghivir, che ha sfilato per farsi le foto con noi sia nel porto sia poi in carcere, ci avrebbero trattato come terroristi. Io credo non sia neanche l'uno per cento di quello che passano in palestinesi, ma quell’uno per cento per noi che in realtà non eravamo colpevoli di niente esattamente come lo sono i palestinesi, è stato forte perché ci sono stati degli altri fisici - e di questo dovranno rispondere in qualche modo - ma l'umiliazione e la violenza psicologica io l'ho sempre raccontata attraverso gli altri prigionieri, viverla è tutta un'altra cosa e sapere che il tuo Paese, parlo di quello politico, non è dalla tua parte, ma cura di più gli interessi di un altro Paese, l'ho vissuto un po' come un tradimento.

Poi da quel momento in poi è stata una violazione totale di qualsiasi cosa, dal tesserino giornalistico che mi è stato buttato, che simbolicamente è una parte importante della mia vita, al toglierci il reggiseni, non dare gli assorbenti a chi aveva il ciclo. Io poi parlo della parte femminile perché ero in quella. Il legarci con le fascette, il tagliarci i lacci delle scarpe, il bendare alcune di noi come se fossimo a Guantanamo, il darci delle p******, una è stata sputata addosso, il buttare tutta la nostra roba come se ci volessero in qualche modo togliere le nostre identità - penso alla mia stilografica che non valeva niente, alla quale, però, ero affezionata -. Ma la cosa peggiore secondo me sono state le medicine: io sto bene e avevo medicine normali che potevano servire durante la navigazione, ma alcuni avevano medicine salva vita. C'erano persone che avevano problemi di cuore, di polmone, e finché non hanno rantolato non gli è stato dato nulla.

Poi ci hanno portato su questi furgoncini dal porto, abbiamo firmato i fogli che dovevamo firmare. Alcuni come me hanno firmato subito per le 72 ore e poi l'espulsione. Da quel momento in poi hanno preso i nostri documenti, i soldi, li hanno addirittura contati e ci hanno fatto firmare una ricevuta. Ci hanno rubato tutto, tutti i soldi che avevo con me che non erano tantissimi ma erano i miei, sono stati rubati. La carta di credito, una collanina mi è stata tagliata, avevo un orecchino che portavo da quando avevo otto anni ed è stato rubato. Siamo stati lasciati letteralmente senza niente e portati in questa prigione nel Negev dove c'era questa gigantografia di Gaza distrutta con scritto “La nuova Gaza” che noi eravamo costretti a vedere. Ci hanno messi prima in una gabbia letteralmente come animali, poi ci hanno tolto tutti i vestiti e ci hanno messo delle tute in modo che fossimo tutti uguali. Tra l'altro era deserto, quindi faceva molto caldo, e queste erano delle belle tutte felpate.

Poi ci hanno portato in queste celle, non ci hanno dato acqua per tutto il tempo, c'era solo l'acqua dei bagni. Ci hanno dato da mangiare per terra. Alle musulmane hanno tolto il velo che è un'altra violazione di qualsiasi forma di diritto. Siamo stati strattonati, tenuti svegli tutta la notte perché ogni volta che ci addormentavamo, qualcuno accendeva le luci, cominciava a urlare. Ci hanno sempre urlato addosso, non c'è stata mai la possibilità di dialogare. Quando qualcuno stava male, urlavano per ore per cercare di avere attenzione, ma non gliene fregava niente. Erano lì che ci passavano davanti alle carceri, quindi è stato un po' essere in balia”.

Abbiamo realizzato questa intervista raccogliendo anche domande di chi ha seguito tutta la vicenda e tra queste ne abbiamo fatta una a Barbara per aiutarci a capire una questione: di cosa erano accusati?

“Io accuse non ne ho viste, a parte la loro idea di aver oltrepassato le loro acque, ma in realtà io per esempio sono stata presa a 48 miglia che sono acque internazionali, quindi un vero e proprio rapimento, un atto di pirateria. Le miglia di un Paese cominciano a dodici e noi non ci siamo arrivati così vicino a Gaza. Quindi io non sono stata accusata di niente, sono stata solo espulsa per qualcosa di illegale che non ho fatto”.

Come dicevamo, in questi giorni abbiamo anche assistito al progressivo rientro a casa degli attivisti della Global Sumud Flotilla, prima alcuni politici e poi degli altri tra cui giornalisti. A Barbara, per aiutarci anche a capire, abbiamo chiesto come funzionasse l’ordine di rientro.

“Sapevamo che i politici avevano l'immunità, avevano questo passaporto blu. Appena siamo arrivati in porto, loro sono stati presi e portati via. Ma andava bene così. Non si augurano a nessuno di fare la galera, quindi se loro hanno avuto la possibilità di tornare ed essere alla manifestazione del sabato, era anche questa una protezione nostra. Non hanno subito la prigione, quindi non potevano sapere cosa stavamo passando, però c'era qualcuno che parlava con noi e che era stato con noi. Quindi non me la sento di criticare. Certo, è stata per loro una fortuna essere in quel caso parlamentare, mentre noi eravamo persone normali”.

E anche se dai suoi racconti già si capiva perfettamente ciò che lei pensasse delle persone che hanno manifestato, una domanda su questo gliel’abbiamo fatta, soprattutto per cercare di captare dalle sue parole l’emozione, la gratitudine per la partecipazione. Quello visto nelle piazze, nelle strade è stato un fenomeno da molti definito “momento storico”. Una partecipazione simile non si vedeva da troppo tempo e i cori ancora riecheggiano nelle nostre menti.

“La gente è stata fantastica. Noi ci siamo sentiti protetti dalle persone che sono scese in piazza. Anche se non potevamo veramente saperlo, eravamo consci che in Italia, se non avevamo dalla nostra parte il governo che ci ha trattato un po' come bambini birichini, avevamo la gente e questo - anche se poi l'ho scoperto veramente dopo - è stato grande, è stato storico, è stato forte. Sapevamo di non essere soli e che eravamo in buone mani. Sono onorata di essere parte di tutto questo, ma non siamo stati mai soli. L'equipaggio di mare, l'equipaggio di terra, le persone che si sono risvegliate, che hanno preso coscienza. Non dobbiamo smettere ora. La protesta non potrà durare sempre perché bisogna anche evolversi in forme politiche, come per esempio andare a votare quando c'è bisogno di farlo, sapendo quello che è successo. Non vogliamo la guerra? Dobbiamo metterci il corpo perché c'è, invece, gente che pensa più al potere che al benessere delle persone e la società civile - e civile nel senso più alto del termine - ha detto che a questo non ci sta”.