Quando mi accompagnano ai piani superiori dello stabile di piazza Ungheria, a Torvaianica, accanto alla chiesa della Beata Vergine Immacolata, intravedo nella piccola stanza un uomo minuto, affabile e vivace, circondato da alcune persone. Indaffarato, fornisce le ultime direttive; poi si alza, e come fosse azionato da una molla si catapulta giù per la rampa di scale, facendomi capire di seguirlo. All'esterno incrocia un uomo: il suo sguardo è stanco, umile e speranzoso. Prima che possa aprir bocca, lui ha già risposto: "C'è anche qualcosa per te, arrivo subito, abbi la pazienza". Mi introduce quindi in un altro locale. Accende le luci, davanti ai miei occhi campeggia un poster: c'è lui, che sembra sussurrare qualcosa a Papa Francesco. Intanto, cerca spasmodicamente di fare ordine negli ambienti semplici e scarni. Libera velocemente una scrivania da una borsa con dentro una bottiglia di vino. "Questa intanto la prendi tu, e te la porti a casa: io tanto non bevo". Non vuole sentirmi, quando gli faccio presente di essere in imbarazzo.
Don Andrea Conocchia è il parroco di Torvaianica. Sono andato a conoscerlo perché mi è arrivato un segnale potente, che parla di inclusione vera. Un segnale non scontato, per il contesto dal quale proviene. Da anni, il "don" si occupa delle donne transgender del territorio, circa 150 persone. Le ha portate ad abbracciare Papa Francesco. Le ha fatte aiutare e le ha sostenute in prima persona. Sono parte integrante della sua parrocchia e le vuole in prima fila.
Don Andrea Conocchia: "Il Vangelo è per tutti"
Quando glielo chiedo, Don Conocchia afferma che tutto si riconduce a un'esperienza pienamente e profondamente umana, evangelica ed ecclesiale.
"Credo che l'opportunità, il dono, la gioia, ma anche la responsabilità di accogliere sia una cosa molto buona e giusta, verso tutti, a maggior ragione verso quelle persone che potremmo dire davvero ai margini, davvero scartate, davvero discriminate. E ancora, come ho sentito tante volte da loro personalmente, dalle persone transgender, invisibili alla società e forse talvolta anche invisibili alla comunità ecclesiale, alla Chiesa. Ma mi pare che sia giunto il momento di ricordarci un po' quel 'tutti, tutti, tutti' di Papa Francesco detto lo scorso anno a Lisbona, in occasione della Giornata mondiale della Gioventù. Il Vangelo è per tutti e nella Chiesa ci può essere spazio e posto per tutti: perché tutti siamo persone, perché il Signore ci vuole bene e ci ama così come siamo".
Don Conocchia, la scelta ha indubbiamente un suo valore simbolico, le persone transgender in prima fila. Ci ricorda quanto detto da qualcuno di più importante, "gli ultimi saranno i primi". È una possibile traduzione in concreto di questa massima importante.
"L'esempio certamente ce l'ha dato Gesù, ma io ho potuto viverlo concretamente attraverso quella serie di incontri che le ragazze transgender, transessuali, insieme con Suor Geneviève, hanno avuto con Papa Francesco. Tante volte davvero siamo stati alle prime file all'udienza generale, di fronte allo stupore, alla meraviglia, alla sorpresa delle stesse persone transgender, perché non immaginavano neanche lontanamente, minimamente, che un Papa potesse incontrarle, potesse ascoltarle, potesse abbracciarle e lasciarsi abbracciare o potesse raccogliere veramente le loro confidenze, potesse asciugare le loro lacrime. Quindi grazie al cielo qualcosa del genere avviene anche in parrocchia, dove a volte la domenica, a volte i giorni feriali, le persone transgender e la comunità, celebriamo tutti insieme, uno accanto all'altro, uno vicino all'altro, secondo lo spirito di Gesù, secondo lo spirito del Vangelo".
Il suo è un messaggio espresso con grande semplicità e chiarezza, ma diciamo che è lei a renderla semplice. Non sempre purtroppo è così. Si è mai domandato come mai ci siano in altri contesti delle resistenze, e non ci sia lo stesso approccio?
"Posso parlare per me: mi ci ha portato la Provvidenza, perché non le ho cercate. Sono venute loro al cancello della parrocchia: quindi sono state un dono, una possibilità, un'opportunità. E dall'altra parte credo che le resistenze ci siano perché non ci conosciamo, perché non ci ascoltiamo, perché magari a volte siamo stati pronti a dare risposte, a dare ricette, senza che magari ci venissero chieste. Allora credo che per tutti quanti noi la sfida, la provocazione che ci interpella, che ci chiama in causa è questa capacità di ascoltare, ascoltare e ascoltare ancora. E questo ascoltare lo metto insieme a un'altra parola che mi risuona in maniera molto forte e chiara: quella di accompagnare, cioè metterci accanto, metterci vicino. Quindi direi raccogliamo le sfide, raccogliamo le provocazioni che la realtà anche del territorio, le realtà stessa della vita, che in qualche maniera ci arrivano al cancello della parrocchia piuttosto che in altri ambiti o ambienti di vita. La paura ci sta, la capisco. Ma possiamo superarla proprio incontrandoci. Bisogna che favoriamo gli incontri, gli ascolti, la conoscenza reciproca. Questo mi pare che aiuti molto, e aiuta anche creare esperienze condivise, comuni, come può essere forse un pranzo, un momento di preghiera più o meno comunitario, tutti insieme. Capisco anche che ci vuole coraggio e profezia di fronte magari a situazioni, a persone o a condizioni un po' nuove".
Ha detto che le ragazze sono venute da lei: ha avuto modo di conoscerle e di conoscere quello che accade loro su questo territorio. Che idea si è fatto, quali sono le difficoltà a cui vanno incontro queste ragazze, ma anche altre persone, in condizioni di disagio e di fragilità?
"Qui mi pare che si possa vivere la ricchezza, la bellezza, ma anche la complessità della periferia. La periferia ha certamente delle sacche di bisogno, di necessità, di fragilità, che bisogna che affrontiamo e viviamo insieme il più possibile. Alleati, penso, alla scuola, alleati ovviamente per me alla diocesi, alla Caritas diocesana, alle forze dell'ordine, alleati magari a quelle realtà di tipo sportivo, perché in qualche maniera tutti nella diversità dei ruoli, delle competenze, delle specificità, ci mettiamo a servizio della persona, a servizio dell'uomo e anche a servizio di quelli che possono essere i bisogni, le necessità, le fatiche, le durezze di chi vive qui sul territorio. Penso anche all'immigrazione, penso anche per esempio alla scuola d'italiano che possiamo offrire qui in parrocchia per gli stranieri, penso anche al servizio legale di un avvocato, che mensilmente viene e che gratuitamente offre la sua professionalità. È un contesto nel quale mi trovo spesso con persone agli arresti domiciliari; non manca la droga, non manca l'alcol, forse anche altro di più. Si tratta però di metterci insieme, di camminare insieme, di servire insieme. Mi verrebbe da dire, con una parola forte, di amare insieme e di volere il bene insieme".
In questo posto si respira molto il ricordo di Papa Francesco. Lo ha citato: in qualche modo ha tracciato un po' la strada del suo impegno. Le chiedo, con il cambio da Papa Francesco a Papa Leone XIV, che strada viene intrapresa, se per lei cambierà qualcosa o il messaggio e i messaggi fondamentali resteranno tali.
"Mi pare che possano essere certamente tali e quali: Gesù è lo stesso, ieri, oggi e sempre, ma la modalità di attuarli, di viverli è certamente personale. Direi che Francesco non è Leone, Leone non è Francesco, ma questo vale per tutti; quindi c'è una continuità nella diversità. La Provvidenza ha voluto che l'esperienza mia con Papa Francesco sia iniziata a causa della pandemia, e poi è continuata. Se penso che dal 27 aprile del 2022 al 12 febbraio del 2025 Papa Francesco ha incontrato sempre, ogni mercoledì, persone transessuali, lesbiche, omosessuali, come ha incontrato tante persone, potremmo dire tutti, questo mi pare che sia stato un gran bel segnale e anche un gran bell'insegnamento per me. Io mi auguro che certamente la cosa possa in qualche maniera, magari diversamente da prima, continuare con Papa Leone. Certamente, ripeto, è un altro pontefice e camminiamo adesso con Papa Leone, tutti insieme con lui".