Nessun dogma scritto a bordo vasca, nessun obbligo di velo, nessuna tessera di appartenenza religiosa richiesta all'ingresso. Eppure basta rispolverare un concetto vecchio come il mondo — uno spazio riservato esclusivamente alle donne — per far gridare subito al complotto ideologico.
Accade a Roma, per la piscina di Tor Tre Teste in Via Giuseppe Candiani, 12. Quattro mercoledì ad agosto — il 5, 12, 19 e 26 — con due fasce orarie pensate per chi vuole nuotare in totale riservatezza: dalle 7:30 alle 9:30 del mattino o, al calar del sole, dalle 18:30 alle 20:30. Uno staff femminile, dalla reception al bordo vasca, e la libertà di indossare ciò che si vuole: dal classico bikini al burkini. La notizia ha preso piede a seguito di un post Instagram condiviso dalla Comunità Islamica di Roma e dalla struttura, con cui veniva annunciata l'iniziativa.
Noi di Radio Roma siamo andati a chiedere spiegazioni e a confrontarci su un tema che attualmente fa molto discutere, in ambito politico e non solo. Abbiamo parlato con Blerina Kalaj (detta Bela), la responsabile commerciale della piscina di Tor Tre Teste che, sotto il caldo insopportabile di Roma, di fronte a un fresco bicchiere d'acqua e all'entrata della piscina, ci ha spiegato: «Questa non è la prima attività a cui dedichiamo uno spazio riservato, senza ovviamente togliere spazio ai nostri soci e ai nostri iscritti». In riferimento al progetto, aggiunge: «L’intenzione è quella di dedicare uno spazio alle donne, per di più al di fuori dell'orario di apertura abituale del centro. Tutto questo è stato fatto con tanta serenità. Daremo spazio a donne che vivono un disagio, che hanno cicatrici di vita, o semplicemente che ne hanno voglia; donne che non hanno alcun problema, ma che desiderano semplicemente un proprio spazio di libertà senza altre persone intorno. In questo non vediamo alcun problema e non esitiamo ad appoggiare il progetto. A noi non interessa quale sia la loro religione, la loro scelta politica, sessuale o di vita, o in quale Dio credano».
In questa iniziativa, la Comunità Islamica di Roma ha dato una spinta importante. Per loro ha parlato Sabrine Hammami, responsabile dei progetti sociali del CIR: «L'iniziativa nasce per un semplice motivo: il desiderio di offrire a tutte le donne, senza distinzione, uno spazio dove poter svolgere un'attività in totale serenità e spensieratezza. Queste realtà non sono una novità: sono consolidate in tantissimi Paesi europei e anche in Italia. L'obiettivo è creare un momento di aggregazione e di benessere in totale libertà, dove è benvenuto qualsiasi abbigliamento purché rispetti le regole igienico-sanitarie della struttura. È semplicemente un'opportunità per incontrarsi e prenderci cura di noi».
Dal bikini al burkini: "Sharia" a bordo vasca o semplice libertà?
In effetti, mentre da Bolzano a Trento, ma anche nella stessa Roma, eventi simili sono ormai all’ordine del giorno — si pensi alle palestre dedicate alle sole donne —, la politica sembra quasi riscoprirsi sorpresa. C'è chi sui social accusa l'iniziativa di discriminare gli uomini e chi, ai vertici delle istituzioni come il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, parla di "Sharia a bordo vasca", annunciando interrogazioni parlamentari ai ministri Piantedosi e Abodi.
Proviamo a ribaltare il punto di vista e a mettere come soggetto non più le donne, ma gli uomini. «Divieto di farsi il bagno per gli uomini», scrive Rampelli su Facebook. «C’è uno strano silenzio attorno all’iniziativa della piscina comunale di Tor Tre Teste, periferia est di Roma, che in accordo con la comunità islamica vieterà l’ingresso agli uomini in determinate fasce orarie nel mese di agosto. Siamo di fronte a un primo, spudorato esperimento di introduzione di norme islamiche all’interno delle nostre vite. La sharia passa per le piscine: oggi sono gli uomini a non poter entrare, domani saranno le donne non velate a non poter camminare per strada. È veramente questo ciò che la sinistra vuole per la nostra Italia? L’islam radicale non è compatibile con i nostri valori di libertà e uguaglianza, nati da secoli di filosofia e lotta sociale. Vietare l’ingresso nei locali pubblici a una categoria di persone, in questo caso gli uomini, sfocia in una vera e propria discriminazione di genere, intollerabile e inapplicabile secondo il nostro diritto».
Claudio Poverini, capogruppo PD del Municipio V di Roma, è intervenuto ai nostri microfoni per dire la sua riguardo al post di Fabio Rampelli: «Io a casa mia faccio ciò che mi pare, rispettando sempre la legge. Questa è una struttura privata e l’iniziativa appartiene a loro. La piscina apre alle 9:30 ad agosto e la proprietà ha permesso che le donne, qualsiasi donna, possano fare il bagno assieme. Senza uomini, senza la possibilità di essere giudicate, per sentirsi semplicemente a proprio agio. Qui verranno tutte donne che potranno vestirsi come vogliono, rispettando sempre le regole del centro. E ho anche letto da qualche parte che i mariti verrebbero lasciati a casa... Rimango basito».
Le reazioni, e non solo dalla politica, non si sono fatte attendere. A commentarle, e ad annunciare un fatto importante, è Ahmed Vall, presidente del CIR: «È assurdo che un’iniziativa come questa, simile a tante altre già esistenti — come palestre, centri benessere e spazi riservati alle sole donne —, scateni un’ondata di odio così violenta solo perché coinvolge donne musulmane. Siamo appena usciti dallo studio legale del nostro avvocato, dove abbiamo depositato denunce e querele per i numerosi insulti, le minacce e i messaggi d’odio ricevuti in questi giorni, in particolare dopo l’annuncio dell’iniziativa. Continueremo a segnalare qualsiasi forma di diffamazione alle autorità giudiziarie, perché non possiamo rimanere indifferenti e silenti di fronte a tutto questo. Questo clima dimostra che il problema non è una semplice iniziativa privata, ma il pregiudizio verso una parte della società che dovrebbe poter esercitare liberamente i propri diritti senza essere bersaglio di odio e intimidazioni».
Una modernità a metà?
«In queste ore stiamo assistendo all'ennesima strumentalizzazione politica di un'iniziativa che nasce esclusivamente con l'obiettivo di ampliare l'accessibilità e l'inclusione all'interno di un impianto sportivo del nostro territorio. La scelta della piscina di Tor Tre Teste di prevedere alcune giornate con accesso riservato alle donne non è rivolta a una specifica comunità religiosa, né tantomeno rappresenta una forma di discriminazione o di privilegio. È un'iniziativa aperta a tutte le donne, senza alcuna distinzione di fede, cultura o provenienza», dichiara in una nota a Radio Roma il presidente del Municipio V, Mauro Caliste.
Dati alla mano, dietro questa iniziativa ci sono donne diverse tra loro, ma unite da bisogni reali: c'è chi cerca privacy dopo una malattia, chi vuole riconnettersi con il proprio corpo e chi sta semplicemente meglio in uno spazio tra sole donne. Esigenze trasparenti e legittime che meriterebbero rispetto, lontano dalle polemiche. D'altronde, come diceva Rita Levi-Montalcini: «Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale della società», e ora più che mai chiedono di essere ascoltate.
«Parlare di inclusione significa creare opportunità in più, non toglierne a qualcuno. Nessuno viene escluso: si offre semplicemente una possibilità aggiuntiva a chi, altrimenti, rinuncerebbe a praticare sport», aggiunge Caliste. «Il Municipio V continuerà a sostenere tutte quelle iniziative che favoriscono la partecipazione, il benessere e la coesione sociale, contrastando ogni tentativo di trasformare esperienze positive in terreno di scontro politico».
In una città come Roma, che si reputa moderna, ascoltare le esigenze di tutti significa tutelare una ricchezza. E, d'altronde, l'inclusione non divide: unisce.

