Ristorazione, contratti pirata per un lavoratore su tre
Ospite in collegamento: Osvaldo Danzi, Recruiter ed esperto di Risorse UmaneCuochi assunti come lavapiatti, direttori di sala come camerieri: nel gigantesco panorama dei contratti della ristorazione a Roma c'è un vero e proprio buco nero. Un fenomeno diffuso quello dei contratti "pirata" che coinvolge, secondo le analisi di Confcommercio, un lavoratore su tre.
Una giungla contrattuale che ha diverse conseguenze: in primis sui dipendenti, ignari dei diritti e delle tutele cui potrebbero accedere e soprattutto sempre meno motivati a svolgere le mansioni per cui sono stati chiamati. Quest'ultimo aspetto trascina con sé anche una perdita di professionalità che ricade sull'esperienza del cliente. Insomma un vero e proprio vortice che mette in crisi un intero sistema.
Gli effetti sul piano economico
Se poi guardiamo alle conseguenze sul fronte economico, c'è da allarmarsi ancora di più: il differenziale retributivo oscilla tra i 3mila e gli 8mila euro lordi annui a seconda della mansione. Un cuoco professionista può arrivare a perdere fino a 4mila euro all’anno, un macellaio 5.800, un magazziniere quasi 8mila. Sul fronte previdenziale, la mancata contribuzione può superare i 1.500 euro annui.
Un fenomeno che pare estendersi in tutta la Nazione, ma Roma è l’epicentro con almeno 20mila pubblici esercizi. Ma non finisce qui: nella Città Eterna si moltiplicano locali che aprono e chiudono rapidamente e intanto, le indagini della magistratura hanno più volte accertato come alcuni ristoranti siano diventati veicoli per il riciclaggio di denaro "sporco", con società intestate a prestanome e usate come vere e proprie “lavatrici”.

