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Reperibili e indispensabili: disconnettersi per ritrovarsi - con Danyla De Vincentiis (VIDEO)

Reperibili e indispensabili: disconnettersi per ritrovarsi - con Danyla De Vincentiis (VIDEO)

Reperibilità e indispensabilità

Viviamo in una fase in cui essere reperibili è diventato sinonimo di valore, dove la disponibilità costante è spesso scambiata per dedizione. A tutti forse, almeno una volta, è capitato di chiedersi se rispondere o meno ad una chiamata del proprio capo fuori orario lavorativo o, a tutti forse, almeno una volta, è capitato di pensare di essere indispensabile per qualcuno. Ma in questo flusso ininterrotto di notifiche, chiamate e responsabilità, rischiamo di perdere il contatto con ciò che davvero conta: noi stessi.

Margaret Atwood, nota poetessa canadese, diceva: “Chi di noi può resistere alla tentazione di essere ritenuto indispensabile”?

Partendo da questa citazione, la dottoressa Danyla De Vincentiis, psicologa e parent coach, premette che oggi “[…] viviamo in un periodo sociale di connessione continua. Questo fenomeno prima non c’era; oggi con i cellulari - smartphone e tablet - siamo reperibili h24, sia per il lavoro, sia per la nostra vita privata. Questo cosa ci fa capire? Perchè non riusciamo a staccarci? Perchè non riusciamo a mettere un confine […] e dire ‘basta, io da adesso in poi non rispondo ad un certo tipo di chiamate!’? Perchè pensiamo, e questo ci fa bene crederlo, che - altrimenti - le situazioni non si risolverebbero, che andrebbero male; quindi è come se ci volessimo rendere comunque indispensabili, anche in situazioni in cui tendenzialmente indispensabili non si è […]”.

Qual è però, la reale differenza tra reperibilità e indispensabilità?

L’essere indispensabile - continua ancora la dottoressa - è quando realmente, cioè su base teorica reale e provata, la mia presenza fisica o non fisica, in una determinata situazione, crea la differenza in maniera positiva. Questo è l’essere realmente indispensabili. Esempio: il medico è colui che cura. Il medico, non il medico che si chiama A o B. Ma l’indispensabilità nasce dal fatto che ‘solo e soltanto IO’ posso gestire quella situazione. La reperibilità, c’è laddove appunto, un lavoro richiede di essere reperibili, tant’è vero che molte aziende danno l’indennità alla reperibilità, perchè in certe occasioni quando si è di turno, visto che non si può essere reperibili sempre, ovviamente - è necessario che - io sia tale”.

Ciò su cui la psicologa pone poi l’attenzione, è anche il ruolo e il valore di chi si trova dall’altra parte. Se A è reperibile, è anche vero che B lo sta chiamando. Si tratta di “Educazione - continua - oggi è tutto e subito! ‘Voglio una risposta? E non vedo che ora è, non vedo se sono le undici, se è mezzanotte o se è mattina presto. Io ho bisogno di una risposta e quindi ti chiamo o ti scrivo’” anche quando probabilmente l’urgenza non esiste. Quanto è importante imparare a rispettare il tempo dell’altro? E’ veramente urgente ciò che voglio comunicare o siamo noi ad avere ansia e a desiderare una risposta immediata?

Un capo, in quanto tale, si sente in diritto di poter chiamare a qualsiasi ora. “Se ti chiama il tuo capo è difficile non riuscire a rispondere, ma si può fare un discorso al lato, comunicando il nostro bisogno di avere degli orari da rispettare - specifica la psicologa, ma - […] siamo noi a dover capire quali sono le priorità! ‘io ho il diritto di chiudere il telefono e dedicarmi alla mia vita privata!’.

E’ possibile disconnettersi da questa reperibilità senza sentirsi in colpa? Se si come?

Sicuramente - precisa ancora De Vincentiis - la cosa fondamentale è rimettere noi al centro. Quindi ci siamo noi con il nostro malessere, che deve diventare benessere. Nel momento in cui io spendo del tempo per stare bene è anche per mettere dei limiti al resto del mondo: lavoro, situazioni ingerenti ma non necessarie. Io ho bisogno di questo e - devo necessariamente - dirlo prima di tutto a se stessi; nel momento in cui me lo dico, decido che voglio ottenerlo. […] Se non lo facciamo noi per primi con noi stessi, nessuno lo farà con noi e per noi” - conclude.

Disconnettersi non è un atto di fuga, ma un gesto di cura. È scegliere di mettere in pausa il rumore esterno per ascoltare il proprio silenzio interiore. In un mondo che ci vuole sempre "on", ritrovare spazio per la propria umanità è un atto rivoluzionario e necessario.