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Quando il cibo diventa rifugio - con Danyla De Vincentiis (VIDEO)

Quando il cibo diventa rifugio - con Danyla De Vincentiis (VIDEO)

Cibo

Il rapporto con il cibo, a volte, può diventare più complesso di quello che si possa comunemente pensare. In alcuni casi, riferendoci ad episodi specifici di eccesso alimentare (come frequenti abbuffate), non parliamo più di semplici atti impulsivi legati alla fame, ma di un segnale di qualcosa di più profondo.

La dottoressa Danyla De Vincentiis, psicologa e parent coach, premette innanzi tutto che: “Il disturbo alimentare, in maniera generica, è sempre collegato ad un discorso psicologico. Non c’è un disturbo alimentare che non sia legato a qualcosa che in realtà noi abbiamo dentro. Che sia un bisogno di perfezionismo - quindi non mangiare per vedersi sempre ‘magri’ - che sia un bisogno del cibo - quindi mangiare abbuffandosi - è fondamentale capire che in realtà c’è un disagio psicologico che viene riversato nel cibo”.

Come riportato dalla dottoressa quindi, il cibo entra in gioco nel momento in cui stiamo vivendo un disagio emotivo “[…] andando a stimolare la dopamina” un neurotrasmettitore, la sostanza chimica che trasmette segnali al cervello e che è coinvolta nei meccanismi del piacere. Questo crea una sorta di ricompensa, ma “la mente mente - afferma la De Vincentiis - questo è infatti un inganno. Perchè quella sensazione di piacere che sta nel cibo, che è una cosa sana, riversata in un bisogno psicologico di vuoto emotivo, diventa non più sana”.

Dietro il bisogno di riempirsi di cibo si nascondono spesso emozioni non espresse, vuoti affettivi, stress o difficoltà nel gestire il dolore e la frustrazione. Diventa così un rifugio, un modo per anestetizzare sensazioni scomode o per colmare assenze interiori. Ma il piacere, in questo caso, è permanente? Serve davvero a colmare un vuoto emotivo? No, la dottoressa specifica quanto sia importante comprendere che si tratta solo di un processo passeggero: poco dopo infatti, il bisogno, tornerà a manifestarsi.

Un classico esempio è il quello del cioccolato: questo rilascia la serotonina - il neurotrasmettitore associato alla regolazione dell’umore, del sonno, dell’appetito e della sazietà. “E’ ciò che serve per tirarci su” - spiega la dottoressa, sottolineando che cibi in generale, se assunti in maniera adeguata, sono sempre un piacere. Il problema si crea quando “Alla luce di ansia, tristezza o frustrazione, andiamo a mangiare non per soddisfare quel piacere, ma andiamo a mangiare per farci quasi del male. Il problema non è una vaschetta di cioccolato piccolina. Il problema è il kg e mezzo” - dice.

Il campanello d’allarme sta proprio in questo. Ma come fare per provare ad affrontare la situazione in maniera differente? La dottoressa consiglia di chiedersi con fermezza cosa desideriamo davvero, nel momento in cui stiamo per aprire il frigo. “Una carezza? Compagnia? Parlare? Stare da soli? Bisogna individuare cos’è che ci spinge ad aprire la porta del frigo, che si trova dentro di noi, e non nel frigo” - afferma.

Come aiutare i nostri figli a sviluppare un rapporto sano con il cibo sin da bambini?

C’è bisogno di un’educazione alimentare - specifica la De Vincentiis - già da piccoli, i bambini devono comprendere che mangiare non è soltanto una forma di gioco, ma mangiare è importante, per la salute! […] - Altrettanto importante poi è il - non creare mai delle ricompense ai bambini con il cibo! ‘Se ti comporti bene, se fai questa cosa bene a scuola, mamma ti compra il gelato’ - potremmo perchè no, provare con un’altra alternativa, ma mai con il cibo - […] Il cibo è una cosa sana, è un piacere, il piacere di gustare quello che ci fa bene. Il problema non è il cibo stesso, ma la quantità. Non è una pizza, ma sei pizze!” - conclude.