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Quando gli altri ci definiscono: tra distorsioni, ferite psicologiche e strategie per restare se stessi - con Angela Veltri (VIDEO)

Quando gli altri ci definiscono: tra distorsioni, ferite psicologiche e strategie per restare se stessi - con Angela Veltri (VIDEO)

strategie per restare se stessi

Nella complessa e fitta rete delle relazioni, capita spesso di trovarsi di fronte a uno specchio deformante: l’immagine che gli altri hanno di noi, non corrisponde alla realtà. Se quando riceviamo complimenti o considerazioni positive non richieste, tendiamo ad accoglierli con piacere, al contrario, nel momento in cui ci vengono attribuite caratteristiche negative o distanti dal nostro essere, oltre ad una sensazione di fastidio, un senso di smarrimento, si innesca anche un meccanismo psicologico profondo, tale da toccare le radici della nostra identità. Si entra così, nel campo delle proiezioni, dove l'altro utilizza la nostra figura per dar voce a conflitti interiori non risolti o a percezioni parziali e distorte.

La dottoressa Angela Veltri, psicoterapeuta, afferma che: “[…].Quando si mette in moto questa dinamica, chi la riceve, prova un senso di ingiustizia e di cattiveria, perché fa appunto nascere delle sensazioni molto spiacevoli nei propri riguardi. Va a colpire l'identità, va a colpire la persona, va a colpire anche la reputazione di una persona”. Una conseguenza peculiare, è quella della messa in discussione di se stessi, del proprio essere. Ma cosa accade davvero? La psicoterapeuta spiega due casi ben distinti:

“Il primo, è quello della proiezione. Quindi io vedo in te qualcosa che è in me ma non accetto. Ad esempio, se io sono una persona insicura e vedo te sicura, io posso leggere la tua sicurezza come arroganza e allora dico ‘vedi come è arrogante questa persona?’ In realtà non è poi così e quello è un problema mio. Quindi proietto qualcosa che non accetto di me.

La seconda […], è che a volte noi siamo attenti a dei particolari, ci facciamo un'idea di quella persona tralasciando tutto il resto […]. Ci focalizziamo su alcuni punti che vanno a toccare sempre una parte nostra emotiva, tralasciamo tutto il resto e facciamo sì che quella persona venga descritta in una determinata maniera. Altro importante fattore è quello dei gruppi. I gruppi sociali, i gruppi che sono gruppi di amici, gruppi di lavoro, anche i parenti che appunto, ti danno un'etichetta che non ti appartiene ma è dovuta a gelosie, è dovuta a pettegolezzi, è dovuta a competizione e che purtroppo va poi a ledere la persona. […]”.

La fragilità nascosta e l'equivoco della comunicazione: perché si sente il bisogno di creare tali meccanismi nei confronti dell’altro?

Oltre ai meccanismi di chi giudica, bisogna considerare anche come noi stessi ci poniamo verso l'esterno. Talvolta, la nostra comunicazione non verbale agisce come uno schermo che nasconde le nostre reali emozioni, portando gli osservatori esterni a conclusioni affrettate. Questa discrepanza tra il ‘sentire’ interno e l'immagine proiettata fuori, crea un terreno fertile per fraintendimenti sulla nostra sensibilità o profondità.

Mi viene in mente - continua Veltri - che c'è anche un'altra cosa molto importante da dire, che a volte noi, esseri umani, con le nostre fragilità, abbiamo un comportamento che tradisce, […] nel senso che magari internamente ci sentiamo tristi, […] però fuori diamo un'immagine diversa […]. Ecco, questo, diciamo così, non allineamento della nostra comunicazione non verbale può portare anche gli altri a dire, ‘vedi quella persona è superficiale, è sempre allegra, non ha problemi, è insensibile’ e via dicendo. Invece poi non è così […]”.

Gli effetti a lungo termine: il bisogno di controllo dell’opinione altrui

Subire una descrizione errata nel tempo può portare a conseguenze logoranti, come il bisogno ossessivo di controllare l'opinione altrui. La via d'uscita da questo vortice, non è la ricerca di continue spiegazioni, che spesso cadono nel vuoto, ma l'affermazione silenziosa di sé attraverso azioni lineari e coerenti. La verità di chi siamo emerge più dai fatti che dalle parole che usiamo per difenderci.

[…]. C'è da comprendere che l'altra persona, gli altri, sempre esseri umani con i propri limiti, non vanno oltre a quello che vogliono vedere o a quello che vedono, quindi la persona si sente ferita nel proprio orgoglio, nella propria identità, e quindi può stare male, può subentrare il meccanismo del controllo, nel senso che se io so che una persona mi descrive in una maniera diversa da quello che sono, in maniera negativa, io comincio a dire ‘fammi controllare cosa gli altri pensano di me’. […].

La cosa importante da comprendere è che noi dobbiamo essere sicuri di noi stessi. […] Come si fa ad essere sicuri di noi stessi? […] se una persona mi descrive in una maniera, ma il mio comportamento è lineare, è diverso, non tange […]. iI silenzio, il comportarsi coerentemente con la propria identità, col proprio essere, è una risposta che non ha prezzo”.

Difendere la propria identità: tra filtri e confini

Proteggere se stessi poi, non significa necessariamente isolarsi, ma imparare a costruire confini invisibili che filtrino il rumore esterno. Soprattutto negli ambienti familiari o lavorativi, dove non è possibile tagliare i ponti, è fondamentale sviluppare una consapevolezza interna che separi la nostra realtà dalla percezione altrui. Questo processo funge da filtro naturale, permettendoci di riconoscere e coltivare solo i legami autentici.

[…] Io dico sempre ‘un confine mette le distanze’, però a volte con i parenti, al lavoro, le distanze non le possiamo mettere. […]. Ma che ci sia un confine interno, cioè uno stacco, cioè andare a capire che, purtroppo, la percezione che hanno gli altri di noi è diversa da come siamo noi in realtà. Per ogni persona che noi incontriamo, noi abbiamo delle sfaccettature tutte diverse, nessuno poi ci conosce fino in fondo […]”.

Quello che le persone pensano di te è un loro problema. Non il tuo. Quindi noi, per difendere la nostra identità, dobbiamo cercare di mantenere la nostra linearità. Un pericolo concreto è infatti quello di finire per credere alle menzogne altrui, lasciando che il dubbio scavi solchi nella nostra autostima. L'unico antidoto è un onesto esame di coscienza: interrogarsi sulle proprie azioni per distinguere un eventuale errore reale da una cattiveria gratuita. Se il feedback esterno non trova riscontro nella nostra verità storica, la responsabilità del giudizio ricade interamente su chi lo emette, spesso per colmare le proprie frustrazioni.

Può succedere perché se una o due persone ti dicono sempre questa cosa il dubbio ti viene perché è umano. Ciò che aiuta molto è dirsi ma come sono io? Che cosa ho fatto? Che ho sbagliato? Perché si può anche sbagliare nella vita.

Perchè queste persone mi descrivono così? E andare appunto a fare una messa in discussione in primo. E secondo, se non coincide, il problema è loro. Perché ripeto, purtroppo, nelle dinamiche umane, nelle relazioni, ci sono meccanismi di proiezione, ci sono le gelosie, ci sono i pettegolezzi, ci sono le frustrazioni delle persone che a volte non riescono ad elaborare su loro stessi e le riversano all'esterno, come succede sui social quando scrivono tutte queste cose di cattivo gusto, sgradevoli, che offendono la persona […]. Il punto è questo, è che bisogna avere chiaro come siamo fatti, perché se uno ha chiaro come è fatto non ha paura, mette i confini, vive bene e poi il comportamento a lungo andare, mostra a chi non ci conosce che la descrizione che è stata fatta è fallace”.

In definitiva, proteggere la propria essenza dalle distorsioni altrui richiede un esercizio costante di consapevolezza. Sebbene il dubbio sia una reazione umana naturale, la chiave risiede nella coerenza dei propri comportamenti e nella capacità di stabilire confini emotivi invalicabili.