Molti genitori, mossi dal desiderio e dal dovere di proteggere i propri figli, tendono ad esercitare un controllo eccessivo sulle loro vite, scambiando la supervisione con l’amore incondizionato. Non esiste il manuale del genitore perfetto, e a volte, è molto difficile lasciar andare, lasciare i propri figli crescere, lasciare i propri figli imparare dai loro stessi errori.
Partendo dal capolavoro d’animazione Disney “Alla ricerca di Nemo”, la dottoressa Danyla De Vincentiis, psicologa e parent coach, affronta il delicato rapporto genitori-figli e afferma: “Volevo soffermarmi con voi, sulla protezione che i genitori, quindi il padre e la madre, danno ai loro figli. Queste immagini sono chiarissime: cosi come la frase che dice il papà Merlin - al piccolo Nemo - ‘Non puoi farcela da solo’; questa è una frase che per chi se la sente dire, quindi per un figlio, non è assolutamente positiva; spesso e volentieri, i genitori si pongono in questa modalità di protezione e di conseguenza non riescono neanche più a vedere realmente i loro figli e le loro capacità”.
Tutto ciò, secondo quanto emerso dalle parole della dottoressa, potrebbe creare un legame che super di gran lunga quello affettivo e che potrebbe anche arrivare a generare un comportamento negativo nei confronti dei figli.
Crescono i figli… e crescono anche i genitori
Spesso si sviluppa una tendenza a volersi attenere ad un manuale che non esiste. Non esiste il manuale del genitore perfetto e il genitore, come specificato dalla dottoressa De Vincentiis “Deve imparare a crescere assieme a suo figlio. Quindi le problematiche del bambino e della bambina vengono in qualche maniera apprese sul campo e il genitore deve trovare il modo per capire, comprendere, in base all’età, determinati tipi di comportamenti da avere. Non ci si può comportare, con una persona che ha diciotto anni, come ci si comportava quando ne aveva dieci/dodici. Questo sicuramente è dannoso, non soltanto per il loro rapporto, ma è dannoso proprio per il figlio”.
Ma, esattamente, dov’è che nasce il limite? Fino dove si può spingere un genitore affinchè rimanga una protezione sana e non diventi un controllo? L’esperta risponde che è necessario porsi una domanda importante: “Sto facendo il bene di chi? Il mio, che controllo e quindi sto tranquilla/o, o sto facendo il bene di mio figlio?”.
Conseguenze di una protrazione dannosa: il controllo
“La protezione dannosa, è una protezione che mette in primo piano i bisogni e le ansie del genitore. Questo cosa provoca? Crea una sorta di de-responsabilizzazione del figlio - verso il quale dovrebbe essere riposta fiducia e che al contrario si culla sul - ‘comunque ci pensa mamma, comunque ci pensa papà, comunque c’è qualcuno alle mie spalle che me le copre’ e questo tendenzialmente da una parte è sicuramente positivo, ma dall’altra c’è questa forma di de-responsabilizzazione: da adulto sarà sempre qualcun altro che dovrà pensare a me o alle mie situazioni. Non sarò mai io in prima persona, perchè non mi sto responsabilizzando, c'è qualcun altro che lo fa per me. Poi ci sono delle situazioni comportamentali dei figli nei confronti di questa iper protezione dannosa, che può andare a sfociare in un atteggiamento di rabbia, oppure in un atteggiamento di distacco totale dal genitore: ‘vado a vivere da solo lontano, in modo tale che tu non possa controllarmi’ a quel punto, la protezione, non esiste più. E’ fondamentale che anche il figlio, che viene protetto, si senta protetto, non soffocato […] e tenuto in una campana di vetro dentro casa” - conclude la psicologa De Vincentiis.
Ci sono diversi modi per “lasciare la briglia” e far si che i figli riescano ad essere autonomi e responsabilizzati. E soprattutto, il famosissimo “Te lo avevo detto”, non funziona.