In Libia nel 2011 si parlò di protezione dei civili: questo è stato un successo della Nato? “Alla luce di quelli che sono stati i risultati, è un po' complicato annoverarlo tra i successi”. Lo ha detto Davide G. Porro, giornalista che ha condotto la nuova puntata di Next andata in onda il 20 luglio su Radio Roma News, realizzata con il contributo di Assodigit, 1Life e Nexus Edizioni e il cui focus è stato la Nato.
La Fortezza a Next. Il problema degli interventi militari
La considerazione fatta, Porro l’ha voluta trasporre in una domanda da sottoporre e condividere con Roberta La Fortezza, analista di intelligence e sicurezza, ospite in studio durante la puntata che ha visto il tema principale la Nato, ma che ha sviluppato una o più riflessioni sul ruolo attuale dell'Alleanza Atlantica, sull'invio di armi e truppe in Ucraina, sugli interventi passati e le conseguenze economiche dell'aumento della spesa militare.
“Il problema degli interventi militari – ha detto Roberta La Fortezza - è che normalmente si limitano a progettare l'intervento militare in loco, come può essere stato in Libia, come può essere stato in un contesto completamente diverso come in Afghanistan. Il problema è che quando qualcosa cade, normalmente quel vuoto deve essere riempito da qualcos'altro, come è stato nel caso della Libia e quindi della caduta del regime di Gheddafi. Normalmente non c'è una progettualità che fa sì che dopo che il dittatore di turno è caduto, si abbia bene presente quale possa essere il quadro successivo. Questo apre, come si è verificato nel contesto libico, a scenari in cui normalmente si va verso il fallimento dell'autorità statuale o verso la sostituzione di un regime con un altro regime”.
E quindi la soluzione nel caso in cui tutto ciò accadesse, è “riprogettare, ricalibrare gli interventi militari inserendoli in una prospettiva molto più ampia che vada a prevedere poi un supporto alla politica, alla governance, alla ricostruzione di un Paese, delle autorità di un Paese, delle istituzioni di un Paese”.