Oltre cinquanta udienze, quarantatré imputati e quattrocentosessantatré anni di carcere richiesti: sono questi i numeri del maxi processo che si sta celebrando a Roma contro la cosca Alvaro-Carzo, la prima “Locale” di ‘ndrangheta radicata stabilmente nella Capitale.
Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia, l’organizzazione aveva sviluppato un’autonomia operativa, infiltrando locali di ristorazione, panifici, imprese ittiche e attività commerciali con l’uso di prestanome e metodi mafiosi. Il pubblico ministero ha chiesto 30 anni di reclusione per il boss Vincenzo Alvaro e pene fino a 24 anni per i suoi principali collaboratori. Le intercettazioni hanno rivelato il linguaggio e la mentalità del gruppo: “Siamo una carovana per fare la guerra”, dicevano i capi, vantandosi di poter risolvere dispute come uno Stato parallelo, con armi e procedure interne. Le indagini dei carabinieri del Ros e della Dia hanno documentato incontri, summit, affiliazioni e perfino matrimoni usati per rinsaldare i legami tra la “casa madre” calabrese e la filiale romana. Un potere talmente radicato da influenzare persino i clan storici di Ostia, confermando la pericolosità e la forza di un’organizzazione ormai strutturata nel tessuto criminale della città.