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L’arte che cura - emozioni in corso: “Il Gruppo” - con Cristina Leonarda Barbuti Lonquich (VIDEO)

L’arte che cura - emozioni in corso: “Il Gruppo” - con Cristina Leonarda Barbuti Lonquich (VIDEO)

Arte - gruppo

Nel panorama contemporaneo, il benessere psicologico e sociale si palesano tra gli obiettivi più importanti di ogni singolo individuo. Spesso, quando pensiamo al raggiungimento di tale benessere, immaginiamo forse in maniera banale, di poterlo fare in autonomia e pensando che gli altri possano essere superflui o anche un ostacolo.
Per affrontare problematiche sia individuali sia collettive, al contrario, la dimensione del “gruppo” si rivela particolarmente efficace, soprattutto attraverso l’arte terapia e i linguaggi artistici.

Cristina Leonarda Barbuti Lonquich, musicista, gestalt counselor a mediazione artistica e arte terapeuta, sostiene infatti che: “Il gruppo, per esempio in musica, è un insieme di persone che fanno musica. Infatti si dice ‘fare musica insieme’. ‘Fare musica insieme’, significa essere capace di un ascolto di se stessi e di un ascolto dell’altro, così acuto e così raffinato da essere capace di precedere addirittura l’intenzione del nostro partner, per poter essere insieme”.

Nel mondo dell’arte terapia, raggiungere il benessere in gruppo è estremamente efficace. Come spiegato dall’esperta, questo gruppo però, per organizzare al meglio il lavoro ed eventuali sottogruppi, è preferibile sia composto da un numero contenuto di persone e da un numero pari, come sei o dodici al massimo.

Il lavoro di gruppo è un lavoro molto particolare “Perchè - aggiunge Barbuti - l’individuo lavora grazie al grandissimo amplificatore, che è il gruppo. Il gruppo è di per se un organismo ed ha una sua identità che man mano si costruisce, ma più velocemente di quanto non si creda. È quindi questa identità aggiunta dell’organismo aggiunto, fa da amplificatore all’esperienza dell’individuo che lavora nel gruppo, portando nel gruppo stesso, la propria questione da lavorare. Lavorando - la questione - assieme al gruppo, attraverso varie tecniche e varie modulazioni, questa esperienza viene condivisa, respirata dal gruppo, come cucinata e viene poi restituita in forma di una ricetta compiuta a quell’individuo che l’ha portata nel gruppo ed è diventata qualcosa di valore (per tutti), qualcosa da gustare come una pietanza”.

Qual è il vantaggio di lavorare in gruppo? Il gruppo può migliorare anche il singolo?

Certamente. Ma dipende sempre da quella che è la domanda della persona che viene a fare un lavoro. Ci sono delle persone che chiedono un lavoro insieme individuale, quelle che lo chiedono di coppia e quelle che sono vaghe e tu capisci che potrebbero far parte di un gruppo di lavoro”.

Tutto inizia quando “[…] si propone alla persona il lavoro nel gruppo; il gruppo avrà un tema - per esempio il tema dell’amore partendo da una accettazione shakespeariana di Romeo e Giulietta - ‘che cos’è l’amore? È quella cosa che più ne do e più ne ho’. Allora io propongo un tema, le persona aderiscono e facciamo un lavoro sul sentimento verso l’altro. Attraverso questo contenitore poetico, letterario, filosofico, si riescono a lavorare quelle questioni che pare di aver individuato prima quando quella persona è rimasta sul vago, ma ha lasciato trapelare un qualcosa che potrebbe essere lavorato nel gruppo”.

Come molti filosofi passati alla storia, anche Barbuti, sostiene che la conoscenza dell’altro è una ricchezza anche e soprattutto per se stessi: “Non c’è nessuna occasione migliore nella vita, che l’esperienza con l’altro. Perchè è attraverso l’immagine che l’altro ci restituisce di noi stessi, che noi conosciamo qualcosa di noi stessi”.

Solitudine e gruppo: contraddizione o concetto in armonia?

Spesso si pensa anche che, parlare di solitudine quando si parla di un gruppo, sia quasi un ossimoro, una contraddizione. Tale considerazione viene ricondotta alla presenza dell’altro, che viene nella maggior parte dei casi, automaticamente associata alla compagnia e alla condivisione.
In realtà, la solitudine non dipende dalla quantità di persone che ci circondano, ma dalla qualità delle relazioni che viviamo.

Non c’è niente di più appropriato - dichiara l’arte terapeuta - invece del parlare di solitudine (anche quando si parla di gruppo). La nostra società attuale è così tanto ‘turbo cyder’, è una società che ha impoverito il campo emozionale. Ha impoverito la carne. Il nostro corpo, e questo è nei dati a cui tutti possiamo ricorrere per informarci, sente effettivamente meno. E quindi, noi siamo in una società di grandissima solitudine esistenziale”.

Bisognerebbe ripartire dal principio e promuovere “i lavori di gruppo nelle scuole affinchè le persone sole, così sole già da bambini, attraverso il lavoro con il gruppo e dentro il gruppo, possano tornare a sentire, ad avvertire sulla e nella pelle lo spazio proprio e lo spazio dell’altro. Questo davvero se proposto ed esercitato, agito nelle scuole, per esempio ci sono tante letterature, riesce a disinnescare il bullismo.

Il bullo è una figura tragica, che ritroviamo in Shakespeare e nel teatro greco. Sono figure lacerate e quindi io credo fortemente che i laboratori teatrali o i laboratori di arte terapia attraverso l’immagine, la fotografia, la narrazione artistica, dovrebbero essere obbligatori, perchè sono in grado di curare quella condizione così delicata, poetica, ma così potenzialmente pericolosa che è l’adolescenza”.