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Il bisogno di un colpevole - con Danyla De Vincentiis (VIDEO)

Il bisogno di un colpevole - con Danyla De Vincentiis (VIDEO)

Il bisogno di un colpevole

La tendenza a cercare un capro espiatorio, anziché affrontare realmente un problema, porta spesso a pensare di alleggerire il peso della nostra coscienza. Ma non è davvero così. A volte, pur di non sentire il dolore del fallimento, preferiamo addossarlo a qualcun altro. È un gesto istintivo, quasi infantile, quello di cercare un colpevole fuori da noi, come se potessimo lavarci l’anima con l’illusione dell’innocenza. Ma ogni responsabilità evitata, lascia un vuoto dentro, una crepa sottile che ci separa dalla nostra crescita.

Ogni volta che le cose vanno male, sembra meno importante cercare un rimedio, che cercare un capro espiatorio” - Giovannino Guareschi, scrittore, giornalista e umorista.

La dottoressa Danyla De Vincentiis, psicologa e parent coach, a questo proposito, sottolinea quanto questo sia : “[…] un meccanismo che noi attiviamo per difenderci, per proteggerci, ma che in realtà non ci aiuta a crescere, non ci aiuta ad evolvere, perchè se non ci mettiamo in discussione rispetto alle cose che facciamo di sbagliato, non riusciamo a comprendere come mai le abbiamo fatte e come avremmo potuto farle diversamente. Il Che è un passaggio nell’elaborazione fondamentale. Quindi, il capro espiatorio fa si che ci deresponsabilizziamo o non assumiamo ciò che abbiamo fatto. Questo non fa altro che abbassare il nostro livello di autostima, perchè ci andiamo ad infliggere una pena come fosse un boomerang: ‘lo nascondo, non lo vedo, non esiste’ ma in realtà esiste e come”.

Si parla sempre di oggi, di questi tempi, ma in realtà tale tendenza esiste da sempre. “Esiste il diavolo - continua Danyla - ‘il diavolo è colui che ci induce in tentazione nella religione cristiana’, ma comunque è ‘l’entità cattiva che ci fa fare cose o fa cose al posto nostro in maniera molto negativa’ […]; è proprio l’uomo che tende - dalla notte dei tempi - a non assumersi la responsabilità per darla ad ad altri”.

Perchè ci viene cosi naturale puntare il dito contro gli altri? È istintivo?

A questo proposito, la psicologa cita poi Eric Berne, facendo riferimento alla teoria dell’OK o OKness, introdotta dallo stesso nell’ambito dell’Analisi Transazionale (AT). Tutto parte, in un discorso relazionale, da “‘Io sono ok e tu sei ok’. Quindi tutti e due siamo ok. Le influenze del comportamento di vita che ci stanno intorno vanno a generare delle posizioni non complementari e differenti tipo: ‘io non sono ok e tu sei ok’ e questo genera insicurezza e disistima; oppure ‘io sono ok e tu non sei ok’. In questo caso abbiamo un atteggiamento di arroganza e di presunzione. La peggiore di tutte è ‘io non sono ok e tu non si ok’ cioè ‘non solo io non vado bene ma neanche tu’. Questo per dire che l’uomo, in base ai comportamenti di vita che va a vivere e ad assumere - viene influenzato - […]. Per tornare a ‘io sono ok e tu sei ok’, bisogna avere la consapevolezza di se stessi, di ciò che si fa e di ciò che si è. Non dare la colpa all’altro dei propri sbagli”.

L’aspetto sociale, oltre le relazioni: gli haters e i leoni da tastiera

Non si può non parlare poi, anche di ciò che fa parte della nostra realtà di oggi, quella estremamente dilatata dei social, “In cui - sostiene la dottoressa De Vincentiis - le persone, spesso in maniera anonima, sfogano la rabbia, la frustrazione, l’aggressività dietro uno schermo nei confronti di qualcun altro (questo qualcun altro è in quel momento, il nostro capro espiatorio) […]. Facendo questo in maniera abitudinaria, è come se intorno a noi - continua ancora - si fosse abbassato un filtro. Le persone tra di loro sono molto piu aggressive, hanno abbassato il livello di educazione, di modalità, sono senza filtri sia dietro una tastiera, anche per strada, tra la gente comune […]. Tutto pur di non pensare a me e ai miei problemi”.

Come ovviare a tutto questo?

Come sempre la cosa più preziosa che possiamo indossare nella nostra vita, è la consapevolezza. “Nel momento in cui già ci stiamo facendo una domanda, sulla persona che sto prendendo come capro espiatorio, la sua vita, il suo contesto, quello che sta accadendo, le situazioni che vado a vivere, sono già fuori dalla possibilità di continuare a trovare un capro espiatorio. Il punto iniziale è proprio questo: la voglia e la capacità di mettermi in discussione. Il primo passo devo farlo io in un modo o nell’altro, devo avere voglia di guardarmi e non solo di guardare otre me stesso” - conclude.