A poche settimane dalla nascita di un assessorato dedicato alle periferie, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, durante un evento istituzionale a Cava de’ Tirreni, ha usato una parola non troppo gratificante per descriverle. Ha detto che fanno “schifo”, per poi rispondere alle inevitabili polemiche dicendo di aver ragionato per paradosso.
“Roma è la città più bella del mondo ma io dico: guardate che le periferie romane fanno schifo, c’è un livello di bruttezza inaudito”.
Al di là della parola scelta per esprimersi – aspetto che vede l’opinione pubblica scissa tra chi lo assolve e chi lo addita - dietro c’è una dicotomia considerata ormai obsoleta che – come dice la parola – tende a dividere: si tratta della contrapposizione centro-periferia, che non si riferisce tanto alla posizione geografica – in quanto alcune parti di Roma considerate periferiche sono in realtà a due minuti dalle centrali - quanto ad aree più disagiate e che spesso rappresentano un vero e proprio sentimento.
Le periferie romane fanno "schifo" o c'è dell'altro?
Ai microfoni di Radio Roma, la sociologa urbana Irene Ranaldi, con la quale abbiamo provato a capire cosa ci fosse dietro una parola detta con forza, detta con sincerità. “Sono disposta a perdonare al sindaco Gualtieri l’uscita infelice sullo “schifo” delle periferie romane. È sembrato uno sfogo, più che una reale convinzione, una scelta lessicale di cui credo si sia subito pentito, ma non posso perdonargli l’essersi fatto portavoce di una dicotomia ormai obsoleta: quella tra centro e periferia”.
Per un’amministrazione, la vera sfida di oggi, infatti, risiede nell’essere un po’ rivoluzionari nel concetto di città ‘tutta’. “Oggi la vera sfida è parlare di città, tutta e intera, non di contrapposizioni spaziali che alimentano narrazioni stereotipate, ma di una visione urbana che riconosca la complessità e la molteplicità di Roma. Continuare a usare categorie come “borgata” – persino trasformandole in marchi e brand per eventi – non fa che rafforzare lo stigma sociale e geografico che da troppo tempo grava su interi territori”.
La verità è che Roma è una città complicata, difficile da gestire, ma lo è anche sempre stata. “Già nel 1971 Franco Ferrarotti scriveva: «La città di Roma è la sua periferia» denunciando a chiare lettere la rappresentazione edulcorata per le celebrazioni dei 100 anni di Roma Capitale, mettendo la polvere sotto il tappeto: la polvere era costituita da migliaia di romani che vivevano in borghi e borghetti dal Mandrione a Valle Aurelia a Campo Parioli. Sulle ceneri di quei borghetti, meritoriamente abbattuti durante la stagione delle giunte comunali di Argan e Petroselli, si è successivamente innestata l’espansione senza controllo di cemento e speranze disattese”.
E se Roma è la sua periferia, riflettiamo su un altro aspetto che, forse, stupisce i più. “Abbiamo un centro storico disabitato, fantasmatico, mero riflesso di fondi di investimento esteri. Un centro storico con circa 120 mila abitanti con una periferia di 3 milioni. E poi quale periferia? Perché continuare a trattare l’estrema variabilità delle 155 zone urbanistiche romane e dei 35 quartieri come un magma un blob indefinito?” E su queso, magari, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, può rispondere perché sicuramente sa bene che – come afferma la sociologa Ranaldi – “Roma è la capitale delle disuguaglianze. Basta percorrere poche fermate d’autobus per passare dal benessere al disagio. La città eterna è frantumata in tante città diverse, ciascuna con qualità della vita, opportunità e servizi completamente differenti. A Tor Bella Monaca, le domande accolte per il reddito di cittadinanza furono 4 ogni 100 abitanti; ai Parioli, solo 0,4. Due mondi distanti pochi chilometri ma lontanissimi per condizioni di vita”.
Parlare di periferia, non è solamente una questione di distanze o di lontananza dal centro della città. “Lo diceva già Platone ne La Repubblica: ogni città è in realtà due città, una dei ricchi e una dei poveri. A Roma, secondo l’economista Salvatore Monni, sono almeno sette: il centro storico turistico, la Roma benestante del Nord, le periferie lungo le consolari, i nuclei di edilizia popolare, gli insediamenti intorno al Raccordo (spesso abusivi), le periferie estreme e infine Ostia”.
E poi, si svuota il centro, vittima di un fenomeno dal nome ben chiaro: “Mentre il centro si svuota, vittima della "Airbnbizzazione" della quale scrivo dal lontano 2014 prima che diventasse (felice che lo sia diventato!) dibattito pubblico tra i più fecondi, le periferie crescono in modo caotico, spesso prive di servizi essenziali. Tra il 2001 e il 2018, gli abitanti del centro sono diminuiti dell’11%, mentre le borgate fuori dal Raccordo sono cresciute del 40%. Eppure, in 42 zone della città non esiste un servizio ferroviario o una fermata metro”.
E poi, ancora, c’è una disuguaglianza spesso silenziosa: la disuguaglianza di genere. “Le donne, più istruite degli uomini, restano escluse dal mercato del lavoro. Specialmente nelle periferie”.
Le persone – e non le periferie solamente - hanno bisogno di un sogno, hanno bisogno di sapere che ovunque si nasca, si possa avere accesso alle stesse possibilità, alle stesse occasioni, alle stesse opportunità. Non solo per un breve, brevissimo attimo. “Il vero squilibrio – spesso invisibile – è nelle opportunità. A seconda del quartiere in cui nasci, la tua vita prende una traiettoria diversa. Ai Parioli, il 42% dei residenti è laureato. A Tor Cervara, solo il 5%. A Santa Maria di Galeria, un terzo della popolazione ha solo la licenza elementare”.
La speranza è che in campagna elettorale si torni a parlare di periferie “con una strategia”, aggiunge Ranaldi, che si torni a conoscere la città che si amministra, che la si ami e che la si comprenda, nella sua diversità, o meglio, nella sua unicità. “Troppi amministratori non conoscono la città, né i suoi dati, né i suoi quartieri – conclude Ranaldi - e così continuano a fare politiche sbagliate. Anche in buona fede”.