Quando parliamo di parchi, spesso la mente va diretta alle aree ludiche, al verde o alle aree attrezzate. Ma il parco, come tante altre realtà, nasconde un substrato di cui poco si parla, ma che rispecchia uno spaccato da non ignorare, quello della tossicodipendenza.
Uno dei tanti servizi della Fondazione Villa Maraini, fondata da Massimo Barra nel 1976, attraversa le strade di Roma in jeep – oltre che sul Camper -. Gli operatori sono dei veri e propri angeli custodi che hanno salvato molte vite in quanto nessuno deve essere preso per “perso”.
“Giriamo con tutto il kit: siringhe sterili, acqua distillata, tovagliolini… Usiamo le pinze per raccogliere le siringhe da per terra” racconta a Radio Roma Giancarlo Rodoquino, responsabile coordinatore dell’unità di strada della Fondazione Villa Maraini. Gli addetti operano sul campo, intercettano i più vulnerabili per poi offrire loro cura e riabilitazione, raggiungono chi chiede aiuto – e anche chi non riesce - perché se è vero che riconoscere di essere in difficoltà è una delle azioni più complicate da intraprendere, è vero anche che c’è chi lo fa anche in un momento di estremo bisogno.
Cosa significa lavorare in strada
L’unità di strada consente di diffondere la politica umanitaria della riduzione del danno e della prevenzione: si cerca di trasmettere al tossicodipendente attivo l’educazione a non contrarre infezioni da HIV, Epatite, o altre malattie sessualmente trasmissibili, intervenendo in caso di Overdose. “Noi interveniamo sulle persone attive. Il nostro concetto è innanzitutto educarli a non disperdere siringhe, a farsi i controlli. Noi in macchina abbiamo anche i test HIV” dice Rodoquino.
E nel tempo gli scenari sono anche un po’ cambiati perché come racconta Giancarlo, lavorare in mezzo alla strada significa adeguarsi a quello che offre la strada.
“Con il Camper a Tor Bella Monaca vedevamo tanti ragazzi, ma abbiamo capito che ce ne erano molti altri che non riuscivamo a vedere. Allora abbiamo pensato di usare le jeep come macchine itineranti per andare nei posti e nei ritrovi dove si trovano i tossicodipendenti”.
In questo periodo, per di più, c’è anche un numero da usare nel caso in cui si voglia segnalare la presenza di siringhe: gli operatori dell’unità mobile della Fondazione provvederanno alla raccolta in sicurezza. Il cittadino ha, quindi, un ruolo importante in questa sfida perché può contribuire ad evitare la ghettizzazione, che a volte sembrerebbe essere la via più semplice da intraprendere, ma insieme si lavora meglio per uno scopo più lungimirante, ossia ridurre il danno prevenendolo.
Il lavoro della Fondazione mira anche ad un altro obiettivo: mappare l’uso delle sostanze e allagare a tutta la città questo modo di intervenire. “Se ogni quartiere si munisse di una macchina che va in giro ed è pronta ad intervenire se c’è bisogno, sarebbe già molto. Ma sarebbe importante anche dargli solo un pacco di biscotti perché magari quella persona oggi non ha voglia di parlare. Neanche domani. Ma magari tra dieci giorni sì. Non bisogna mai demordere e dare per scontato che una persona sia irrecuperabile”.
