In un momento in cui la violenza di genere continua ad essere grandemente protagonista delle cronache, il dibattito sull’introduzione di un’educazione affettiva e sessuale, torna ad occupare il podio degli strumenti utili alla prevenzione.
Stando ai dati riportati da Save The Children nel 2025, raccolti all’interno dell’indagine realizzata in collaborazione con IPSOS, meno di 1 adolescente su 2 ha partecipato ad un corso di educazione sessuale a scuola; mentre, i genitori che la ritengono utile come disciplina obbligatoria a scuola, sono il 91 per cento.
A differenza di molti altri paesi europei, in Italia, l’educazione sessuale e affettiva non è obbligatoria e i diversi progetti formativi restano ancora a discrezione delle singole scuole o istituzioni.
La violenza di genere è in parte un fenomeno ancorato a stereotipi culturali e modelli relazionali basati sul controllo e sulla disparità. Di conseguenza, un progetto pedagogico completo, orienterebbe gli adolescenti non solo alla sicurezza di un atto cosciente, ma anche alla conoscenza del rispetto reciproco, all’affettività, alla parità e soprattutto all’informazione sul cosiddetto consenso.
La domanda resta aperta: possono l’insegnamento del consenso, dell’identificazione delle relazioni tossiche, della promozione dell’intelligenza emotiva e del rispetto dei confini personali, prevenire una cultura della violenza?
“La violenza di genere è un fallimento educativo – dichiara il dottor Marco Rossi, sessuologo psichiatra – e l’educazione sessuale può fare davvero la differenza. Non come un’ideologia, ma come formazione alla relazione sana. Ho cercato di sintetizzare questo concetto con un acronimo che richiama la musica ascoltata dai giovani: il sesso è RAP. Rispetto, Affetto, Protezione. Rispetto vuol dire il consenso, cioè il ‘NO’ vale sempre e non si insiste; Affetto vuol dire riconoscere l’altro come una persona, non come un qualcosa da possedere; Protezione vuol dire responsabilità, prendersi cura, non controllare, prevenire, non ferire. Sono tre valori che si insegnano prima di tutto in famiglia con l’esempio. I figli non ascoltano quello che diciamo, guardano quello che facciamo. E la scuola rinforza, la famiglia forma. Se mettiamo il RAP al centro dell’educazione in casa e a scuola, allora possiamo costruire una generazione capace di relazioni sane. È questa la prevenzione più concreta che abbiamo contro la violenza di genere”.
L’educazione, rappresenta il tassello fondamentale ma non l’unico. Resta necessaria la partecipazione delle istituzioni, con il potenziamento di politiche sociali, con il sostegno alle vittime e con l’impegno di tutti contro ogni forma di discriminazione.