Cristian Calabrese torna sul palco con "E loro lo sanno", uno spettacolo che rivendica l’identità di chi crea: "Oserei chiamarlo bisogno più che lavoro." Per Calabrese, "È soggettivo, non c'è nulla di oggettivo nell'arte." e "E quindi dico, sono un artista. E l'artista per me è colui che ha qualcosa da dire. Tutti gli altri vogliono solamente dire qualcosa e il mondo è pieno di gente che vuole solo dire qualcosa." La sua poetica passa dal "prendere dall'esterno, portare dentro di me, masticarlo, digerirlo e restituirlo al pubblico in una chiave differente."
Dopo gli anni del cabaret televisivo, Calabrese si è ridefinito: "ex comico perché per me il comico è un lavoro, no?" Con l’arrivo della stand up e il cambiamento del linguaggio, ha scelto il cinema, ha aperto una scuola di cinema e fa il coach. La spinta a tornare in scena è ripartita online: "la prima cosa più facile in assoluto è stato i social network."
Lo spettacolo è annunciato come vietato ai minori: non per scandalo, ma per responsabilità. "Non c'è nulla di sessuale" e "è una provocazione" verso una generazione che imita modelli adulti. Sul tema del politicamente corretto, è netto: "Quello che trovo scorretto è il politicamente corretto, ovvero il dover essere corretti a tutti i costi per la propria convenienza." E chiarisce la cifra satirico-esistenziale: "Non voglio far ridere, perché per me la risata di fatto non nasce per far ridere, nasce per non piangere."
In tour il 24 aprile a Roma al Teatro degli Eroi, il 23 aprile a Torino e il 14 maggio a Prato. Sul suo ruolo pubblico: "E poi è meglio che in sistema mi consideri un giullare di corte, un buffone, perché è la maniera migliore per nascondersi.