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Escher, l’arte e la matematica: il binomio inscindibile che mescola ispirazione e applicazione

Rendere un tutt’uno scienza ed anima, fondere insieme ispirazione e pianificazione, mescolare l’arte pura dell’intuito, della fantasia e della ‘extra dimensione’ con quella concreta e insindacabile della matematica: è una crasi, impervia ma non impossibile, che può trasformare in un unicuum due concetti solo in apparenza lontani, o perfino diametralmente opposti. La sfida – una delle tante, a dire il vero – che ha condotto (e vinto) il grande artista Maurits Cornelis Escher – per tutti poi noto come ‘Escher’ – nel suo straordinario, emozionante percorso artistico, umano e professionale.

Due mondi paralleli che si toccano e si contaminano, ispirano, anche se magari non si amano: Escher, celeberrimo artista olandese delle sfide impossibili, o quasi, ha reso ‘possibile’ un matrimonio che altrimenti sembrerebbe fondarsi su di un’antitesi che è strutturalmente pensata per negarsi e rinnegarsi.

Da una parte la creatività, dall’altra la matematica: si dice, o almeno si è votati spesso a crederlo, che l’artista in senso lato sia un’anima libera, affrancata da barriere e dogane per poter sradicare il genio creativo dai vincoli della ‘terrenità, dei confini, dei limiti in quanto tali. In fin dei conti la matematica è, nella sua perfezione, un limite. Innegabile e perfetta, è tuttavia un muro rispetto al quale l’invenzione ‘fantasiosa’ sbatte. Non puoi negare che uno più uno faccia due: ma non puoi nemmeno impedire che due sia la ‘base’ su cui costruire una sublime opera d’ispirazione geniale.

Forse è questa la radice da cui emerse il pensiero di Escher, che per la sua arte si ispirò proprio alla logica matematica – sorprendentemente pur non amandola affatto – per poter arrivare a conclusioni, ideazioni, e perfino a superare certe barriere concettuali.

Escher, il rapporto con la matematica influì sulla sua opera

L’apprezzato artista olandese Maurits Cornelis Escher dette alla luce opere considerate “impossibili”, proprio ispirandosi alla matematica. Malgrado fosse chiaro a tutti, in realtà, come la più nota delle discipline non fosse poi tra le più amate dall’artista. Ma Escher ha rappresentato senza alcun dubbio, nell’intero panorama artistico mondiale, una delle figure più emblematiche dell’arte nel suo complesso. Parliamo di un artista che ha saputo affascinare l’intera umanità tramite la produzione di opere – bidimensionali – raffiguranti geometrie tridimensionali impossibili nella realtà. Il fatto più incredibile, per l’appunto, è che malgrado i suoi capolavori siano tutti fondati su complicati rami della matematica (ad esempio le tessellazioni, che producono motivi grafici in grado di ripetersi all’infinito, oppure le rappresentazioni dell’iperpiano infinito su superficie curva), Escher non sembrava avere una grande predisposizione naturale per le materie scientifiche nella loro accezione generale.

Questo è quanto emerge dagli approfondimenti, tra gli altri, di Doris Schattschneider, docente emerita di Geometria al Moravian College in Pennsylvania, che chiarisce come l’artista non fece fatica – pur non andando mai al di là delle scuole superiori, dove venne respinto alla maturità – ad omologarsi al sistema didattico istituzionale.

Il suo interesse per le forme geometriche emerse, ad ogni modo, nel corso di un viaggio nel 1922 a Granada, dove visitò lo storico sito islamico dell’Alhambra. Qui, poté notare le ripetitive piastrelle del pavimento, e ne fu ispirato al punto da creare disegni con tessellazioni sfruttando, tuttavia, forme riconoscibili e mutevoli. Escher passò molti anni a sviluppare da autodidatta le sue analisi, mettendo in piedi quella che potrebbe esser letta come una specie di teoria profana sulle forme e sul modo in cui potessero adattarsi a modelli noti.

Escher, geometria e giochi di cerchi: dalle tessellazioni al modello del disco di Poincaré

Di aiuto gli fu senza dubbio H.S.M. Coxeter, professore di matematica all’Università di Toronto, che analizzando il lavoro dell’artista consegnò al giovane un disegno capace di incitarlo a catturare l’infinito in un cerchio, generando un’inedita griglia. Tutto si fondava sul tracciare arcate circolari intersecanti, ognuna delle quali doveva incontrare il cerchio esterno ad un angolo di novanta gradi. Grazie a questo schema, Escher giunse alla formulazione di tre bellissime tessellazioni iperboliche usando il modello del disco di Poincaré.

Lavori di genialità espressiva mista al rigore e alla puntualità della scienza matematica, nella sua accezione più profonda, che hanno anche poi generato ispirazioni ulteriori e spinte artistiche di altrettanta autorevolezza, come quella di Erio Baracchi (1926-2012), artista contemporaneo che da studi e sforzi interpretativi del genere ha saputo poi trovare la linfa per rendersi in grado di generare un filone artistico dallo stile unico, tale da renderlo uno dei geni più riconoscibili dell’arte contemporanea.

L’armonia, ultra-concetto che va oltre la realtà come viene vista tramite la mera e schematica visione matematica, ma non con unica identità nella creazione fantasiosa: è in questa suggestione concettuale e nelle ispirazioni innovative – come sottolineato da Eriano Baracchi, figlio e responsabile del progetto che punta alla valorizzazione del lavoro di Erio Baracchi e della sua figura nel mondo dell’arte – che Baracchi ha inteso tradurre materialmente nel realizzare le sue innumerevoli opere, facendo della contemporaneità, così come Escher, uno stilema fondamentale della sua intera produzione artistica.

Proprio come il geniale Escher, che ebbe modo di sperimentare prospettive inesistenti, edifici con angolazioni insolite e sul trasformismo dei confini – cosicché un soffitto potesse essere visto come un pavimento, e viceversa – e che si avvalse della ‘traduzione matematica’ per poter donare a noi e alle generazioni future tutti stupefacenti ‘rivisitazioni’…

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