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La tassista violentata da Simone Borghese nel 2015: “Perché non è in carcere?”

Nel maggio 2015, Margherita (nome di fantasia), una tassista romana di 53 anni, ha subito una violenza sessuale brutale da parte di Simone Borgese. Dopo il nuovo episodio, che ha avuto luogo alle prime luci dell’alba dell’8 maggio, il 39enne è stato nuovamente arrestato per un reato analogo ma posto agli arresti domiciliari. Nella giornata di ieri la tassista si è domandata il motivo. “Perché non è in carcere? È pericoloso ed è un vigliacco”.

L’inizio dell’incubo

Margherita stava guidando la sua Dacia Lodgy lungo via Aurelia, in direzione di piazza Irnerio, quando Borgese ha fermato il taxi. Erano le 6:30 del mattino e l’uomo, con un borsone da palestra, ha chiesto di essere portato a Ponte Galeria senza fornire un indirizzo preciso.

Durante il tragitto, Borgese si è lamentato della mancanza di autobus e ha mandato alcuni messaggi sul telefono, mantenendo un atteggiamento apparentemente tranquillo.

La tassista, non sospettando nulla, ha seguito le indicazioni fornite da Borgese, che li hanno portati a Piana del Sole, un’area isolata e sconosciuta alla donna.

L’aggressione di Simone Borgese nel taxi

Una volta arrivati in un piazzale deserto, Borgese ha chiesto il prezzo della corsa. Poi, improvvisamente, si è alzato tra i sedili anteriori e ha iniziato a bloccare Margherita.

Con violenza, l’ha colpita al volto e le ha messo le mani nella scollatura della maglietta. Nonostante le suppliche e le lacrime della vittima, Borgese l’ha costretta ad avere un rapporto sessuale, terrorizzandola con minacce.

Dopo l’aggressione, Borgese ha preso i soldi e le chiavi del taxi di Margherita, scappando dal luogo del crimine.

La reazione della vittima

Durante il processo, Margherita ha descritto l’accaduto con dettagli strazianti, evidenziando la crudeltà e la pericolosità del suo aggressore. La donna ha poi espresso il suo sconcerto per il fatto che Borgese non fosse ancora in carcere, nonostante la sua evidente pericolosità.

Margherita è stata assistita dall’avvocato Cristian Malaguti e dalla collega Felicia D’Amico dell’associazione Bon’t Worry, che hanno sostenuto la sua battaglia per la giustizia.

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