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Il lavoro? Nel Lazio sempre più precario. Allarme Cgil: “Così miniamo il futuro” – Extra – Martedi 6 maggio 2024

Ci sono le buone notizie, che spesso nella logica della politica e dell’informazione superficiale sono in ambito economico tutte quelle informazioni che possono essere riassunte da numeri preceduti da un segno positivo. Sono le notizie che aprono i notiziari radiofonici e i telegiornali o le prime pagine dei quotidiani. E negli ultimi mesi capita spesso. Ma poi, se si guarda più in profondità, si scopre che il rovescio della medaglia è meno virtuoso di quanto appare.

Il caso iconico riguarda il mondo del lavoro in Italia: dicono le ultime statistiche ufficiali che a marzo si è registrato un nuovo record per l’occupazione, con una percentuale che è salita al 62,1%, mentre la disoccupazione è scesa al 7,2%. Il numero di persone occupate è aumentato di 70 mila rispetto a febbraio e di 425 mila rispetto a marzo dell’anno precedente. Anche la disoccupazione giovanile è diminuita, sebbene rimanga ancora alta al 20,1%. Tuttavia, il nostro paese continua a mantenere un tasso di disoccupazione superiore alla media dell’area euro, che si attesta al 6,5%, rimanendo stabile rispetto al mese precedente ma con pochi termini di paragone anche fuori dal contiente europeo: gli Stati Uniti, per esempio, hanno registrato la creazione di 175 mila posti di lavoro, al di sotto delle aspettative.

Ma basta fare una ricerca più approfondita anche in rete per notare che sul lavoro non si sono soltanto i dati di Istat e Inps ma tante rielaborazioni che vari soggetti non istituzionali hanno redatto per focalizzari diversi ambiti della sfera occupazionale. E che più si scava in profondità, più diventa facile accorgersi che il lavoro del futuro sembra sintetizzabile con due parole figlie di questi tempi: precario, con tutte le declinazioni che il termine può riservare, e sottopagato.

L’ultimo report, per esempio, è stato presentato poche ore fa al Senato dal Forum Disuguaglianze e Diversità e denuncia come in Italia il fenomeno del part-time involontario stia assumendo proporzioni allarmanti: tradotto in modo semplice, è quando i lavoratori accettano o sono costretti a lavorare a tempo parziale senza averne volontariamente scelto la modalità contrattuale. In particolare, le donne sono le più colpite, rappresentando oltre il 60% dei dipendenti part-time nelle imprese e con una percentuale del 16,5% rispetto al 5,6% degli uomini.

L’aumento del part-time involontario è stato significativo nel periodo dal 2004 al 2018, quando ha quasi raddoppiato la sua incidenza: un trend ancora più preoccupante se confrontato con altri Paesi europei dove in media i lavoratori part-time involontari sono meno del 25% mentre in Italia superano il 50% e indicano una connessione più stretta tra l’adozione del part-time e le strategie aziendali piuttosto che le esigenze individuali dei lavoratori. Il rapporto evidenzia che le imprese che implementano il part-time in modo strutturale tendono ad essere grandi e operare principalmente nei settori dei servizi, del commercio e del turismo, soprattutto nel Sud e nelle Isole. Queste aziende, spesso utilizzando contratti atipici, offrono una minore tutela dei lavoratori rispetto alle aziende più moderne. Nonostante le clausole flessibili introdotte dal Jobs Act, il part-time involontario in Italia è spesso il risultato della necessità delle imprese di ridurre i costi del lavoro anziché quello di soddisfare le esigenze di conciliazione dei lavoratori.

Ma poi ci sono i dati relativi agli stipendi e ai redditi che confermano come in Italia sempre più spesso rischiano di finire in povertà anche quanti portano a casa uno stipendio ogni mese, o quelli altrettanto allarmanti che fotografano la famigerata fuga di lavoratori all’estero. A legare gran parte dei dossier, c’è proprio il filo rosso della precarietà che pare essere elemento accomunante e spesso dirompente.

E qui nel centro Italia la situazione è allarmante. Nel Lazio, nel 2023, solo il 14,7% dei nuovi contratti è a tempo indeterminato, segnando un calo di 7 punti percentuali rispetto al 2014. Questo è il risultato dell’analisi dei dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps per il 2023, come riportato in un rapporto pubblicato dalla Cgil Roma e Lazio. Secondo il sindacato, i contratti stabili non solo diminuiscono rispetto al totale dei nuovi contratti attivati, ma sono anche inferiori al numero di contratti a tempo indeterminato che vengono terminati. Nel periodo dal 2016 al 2023, sono stati soppressi oltre 317 mila contratti a tempo indeterminato, senza essere sostituiti da nuove assunzioni stabili.

La Cgil continua spiegando che circa un terzo dei nuovi contratti, il 32,7%, è a tempo parziale. Le donne sono particolarmente colpite da questo fenomeno, dato che il 44,2% delle donne assunte nel 2023 ha ottenuto un contratto part-time, mentre tra gli uomini la percentuale scende al 24,7%. Inoltre, in oltre la metà dei casi di assunzione di donne a tempo indeterminato, il contratto è a tempo parziale. La maggior parte dei contratti terminati nel 2023, che ammontano a 911.137, sono giunti a scadenza (65%), mentre solo il 22% è dovuto a dimissioni volontarie.

In questa puntata di Extra, Claudio Micalizio ospita Natale Di Cola, segretario generale della Cgil per Roma e Lazio.

 

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