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“Russia pronta alla pace in Ucraina”. Mosca pone le condizioni per lo stop – Extra – Martedì 9 aprile 2024

“La Russia da tempo dice di essere disponibile ad una trattativa per arrivare ad una pace che, però, ovviamente non deve danneggiare il nostro paese. A noi pare che siano altri a non volere davvero la fine della guerra”. Lo dichiara in questa puntata di Extra la senatrice Natalia Nikonorova, eletta nel Consiglio della Federazione Russa come rappresentante della Repubblica Popolare di Donetsk.

Rispondendo ad una domanda di Claudio Micalizio, l’esponente politico russo respinge la narrazione mediatica più diffusa secondo cui sarebbe il Cremlino ad opporsi ad un tentativo diplomatico per arrivare alla fine delle ostilità in Ucraina lasciando intendere che siano altri a non volere un cessate il fuoco. L’intervista, andata in onda ieri sera, torna anche sulla posizione dell’Italia e sui rapporti di tradizionale vicinanza con la Russia: la posizione espressa dal nostro paese, che si è schierata al fianco del governo di Kiev e contribuisce alla fornitura di armi, può incrinare i rapporti con Mosca?

Temi di stretta attualità in un contesto internazionale che sembra cristallizzato in attesa degli eventi. Il dato di fatto è che ad oltre due anni dall’inizio della guerra in Ucraina con l’intervento dell’esercito russo e a più di sei mesi dal conflitto in Medioriente, ancora nel dibattito internazionale c’è una parola che non si sente evocare con la giusta frequenza ed attenzione: ed è proprio “pace“.

Sia chiaro, qualche tentativo sporadico e un po’ timido di provare ad avviare un’azione diplomatica che potesse portare ad un cessate il fuoco duraturo – primo passo per una tregua che possa poi permettere di costruire un vero e proprio accordo di pace –  si è registrato in passato per iniziativa di paesi che però, agli occhi della comunità internazionale, evidentemente non sembravano degni di attenzione: è il caso di Turchia e Cina, stati sempre guardati con diffidenza dalll’Occidente, che avevano avviato in autonomia delle iniziative che però, proprio perché non supportate dalla comunità internazionale, si sono arenate.

Qualcosa di analogo sta succedendo per la guerra nella striscia di Gaza: qui c’è un coinvolgimento più o meno esplicito anche degli Stati Uniti nella mediazione ma perplessità e diffidenze da parte di Israele e da parte di Hamas stanno affossando ogni tentativo di un accordo.

L’unico che pervicacemente non demorde e continua a lanciare appelli per la pace e a sostenere le iniziative della diplomazia vaticana, è papa Francesco: il Pontefice, nonostante i suoi richiami siano stati ignorati finora, persiste e rafforza le sue suppliche, aggiungendo ogni volta un nuovo elemento a favore della pace, nonostante il “buio” dell’odio e della distruzione. E lo fa per tutte le guerre: per quella in Ucraina, per quella di Gaza e in tempi recenti lo aveva fatto per un’altra guerra in corso da mesi e molto meno visibile sul piano mediatico, ovvero quella in Sudan.

Ma come si costruisce un percorso che porti alla fine delle ostilità? E’ evidente che l’iniziativa non può partire da nessuno dei contendenti, a meno che uno di questi non sia disponibile ad arrendersi. Servirebbe dunque una mediazione ma qui lo scenario si complica perché di solito può ambire al ruolo di arbitro soltanto un interlocutore, oppure uno stato o un ente non governativo particolarmente apprezzato, che per la sua indipenenza e imparzialità possa essere percepito come credibile e autorevole.

E infine per arrivare ad una tregua deve esserci un interesse comune superiore, oppure la totale assenza di interessi di parte.

Ma perchè, allora, non si parla di pace e nessuno sembra volersi impegnare abbastanza per fermare i conflitti in Ucraina o a Gaza?

Per gli esperti intanto ci sono motivazioni di natura geopolitica perché in entrambe le regioni ci sono significativi interessi in gioco per molte nazioni e organizzazioni internazionali che possono ostacolare gli sforzi diplomatici, poiché alcune parti potrebbero trarre vantaggio dal mantenimento dello status quo o dall’escalation del conflitto.

Per non parlare dei risvolti storici e culturali che spesso complicano molte situazioni: i conflitti in Ucraina e in Medioriente sono estremamente complessi e radicati in tensioni storiche, politiche, etniche e religiose profonde. E pertanto trovare soluzioni durature richiede un’intesa profonda delle dinamiche locali e una volontà politica diffusa.

Poi spesso manca una leadership internazionale forte e coordinata che possa promuovere attivamente la pace e facilitare il dialogo tra le parti in conflitto. La mancanza di leadership può rallentare gli sforzi diplomatici e contribuire all’impasse, anche perchè altrettanto di frequente le diverse parti coinvolte nei conflitti possono avere obiettivi contrastanti e interessi divergenti, il che rende difficile trovare un terreno comune per negoziare una pace sostenibile e del resto la mancanza di fiducia reciproca può complicare ulteriormente l’avvio di un dialogo davvero proficuo.

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