Sale l’attenzione nel porto di Civitavecchia attorno al futuro occupazionale dei dipendenti della Minosse, l’impresa portuale impegnata per anni nelle operazioni legate al carbone. La chiusura della centrale di Torrevaldaliga Nord e il conseguente stop allo sbarco e alla movimentazione del combustibile mettono a rischio decine di posti di lavoro. In vista del confronto del 1° ottobre con il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale, Raffaele Latrofa, i lavoratori hanno diffuso una lettera aperta indirizzata alla città, alle istituzioni e alle aziende dello scalo, chiedendo l’applicazione della clausola sociale prevista dagli accordi siglati in passato.
La lettera aperta e la richiesta di tutela
Nella missiva, i dipendenti di Minosse richiamano il quadro che si profila con la dismissione della centrale a carbone e mettono al centro il tema della protezione occupazionale. Il passaggio chiave è affidato a un appello diretto, con cui sollecitano l’attuazione degli impegni già formalizzati nelle intese tra organizzazioni sindacali e Autorità di Sistema Portuale.
«Siamo i lavoratori della Minosse, impresa portuale di Civitavecchia. Ci rivolgiamo a voi con preoccupazione e determinazione per un problema che riguarda decine di famiglie della nostra città - scrivono i lavoratori - a partire dal 1° gennaio 2027 perderemo il nostro lavoro a causa della chiusura della società, dopo anni di sacrifici e cassa integrazione. Ciò non avviene per nostra colpa o demerito, ma a causa della chiusura della centrale a carbone di Torrevaldaliga Nord. Questo evento che comporterà il venir meno delle attività di sbarco e movimentazione del carbone da noi svolte, lasciandoci senza occupazione e senza prospettive, in un territorio dove il lavoro portuale rappresenta da sempre una risorsa vitale per l'economia locale”.
“Chiediamo che venga applicata una tutela già esistente: la clausola sociale prevista dalle intese sottoscritte in passato tra le organizzazioni sindacali e l'Autorità di Sistema Portuale. Questa clausola prevede, tra le altre cose, che in caso di cessazione di un'impresa portuale - hanno ricordato - i lavoratori vengano assorbiti dalle altre aziende operanti nello scalo. Si tratta di uno strumento di civiltà del lavoro, pensato proprio per evitare che chi ha dedicato anni di servizio al porto si ritrovi, da un giorno all'altro, senza reddito e senza futuro».
Il nodo della clausola sociale nel porto di Civitavecchia
La richiesta dei lavoratori punta sull’applicazione della clausola sociale prevista dalle intese sottoscritte in passato. Nel merito, viene ricordato come lo strumento consenta, in caso di cessazione dell’attività di un’impresa portuale, l’assorbimento del personale da parte di altre aziende presenti nello scalo. Si tratta di un meccanismo che, nelle intenzioni dei sottoscrittori, tutela competenze maturate sul campo e continuità reddituale, evitando che la transizione industriale scarichi costi sociali sui lavoratori.
Il riferimento al perimetro locale è costante: il porto di Civitavecchia viene indicato come infrastruttura strategica per l’economia cittadina, un ambito in cui l’esperienza professionale dei dipendenti Minosse si è consolidata negli anni attraverso attività di sbarco e movimentazione del carbone. La fine del ciclo legato a Torrevaldaliga Nord, spiegano, interrompe improvvisamente quel flusso di lavoro.
Il confronto del 1° ottobre con l’Adsp
Il calendario segna una tappa decisiva con l’incontro, fissato per il 1° ottobre, tra i lavoratori e il presidente dell’Adsp Raffaele Latrofa, appuntamento a cui i dipendenti parteciperanno insieme alle organizzazioni sindacali. L’obiettivo è trasformare in impegni concreti le garanzie evocate negli accordi, prima che la scadenza del 1° gennaio 2027 lasci scoperti i lavoratori.
«Figura che riveste un ruolo decisivo per il futuro del nostro scalo e delle famiglie che da esso dipendono. In quella sede - hanno spiegato - chiederemo con fermezza e responsabilità che questo impegno venga rispettato e reso concreto, prima che sia troppo tardi. Il porto di Civitavecchia cresce, si sviluppa, genera traffici e ricchezza. Non è accettabile che questa crescita si costruisca lasciando indietro chi, per anni, quel porto ha contribuito a farlo funzionare. Chiediamo a chi ha responsabilità istituzionali di ascoltarci e di agire. Chiediamo a tutte le imprese operanti nel porto - hanno concluso - di fare la propria parte, dando ognuna il proprio contributo. Chiediamo, infine, alla cittadinanza di essere al nostro fianco: perché la dignità del lavoro non è una questione privata, ma riguarda l’intera comunità».
Il contesto locale e le ricadute occupazionali
La situazione occupazionale descritta dai dipendenti di Minosse è l’effetto diretto della chiusura della centrale a carbone di Torrevaldaliga Nord. Con il venir meno dei traffici di carbone, si azzera il fabbisogno di operazioni che per anni hanno garantito impiego e professionalità all’interno dello scalo. Il quadro tracciato dai lavoratori richiama anche i periodi di cassa integrazione già affrontati e sottolinea l’urgenza di una soluzione che non disperda il capitale umano maturato in ambito portuale.
In questo scenario, l’implementazione della clausola sociale viene indicata come strumento in grado di accompagnare la transizione, bilanciando le esigenze organizzative del porto con la tutela dei livelli occupazionali. L’appello, oltre a segnalare un problema concreto e immediato, intende rafforzare un principio di continuità: chi ha lavorato per far funzionare il porto di Civitavecchia chiede di non essere escluso dalla fase successiva di crescita e sviluppo dello scalo.
L’appello alle istituzioni, alle imprese e alla città
La lettera aperta chiama in causa l’intera comunità portuale. Le istituzioni vengono invitate a vigilare sull’attuazione degli impegni, le imprese a collaborare al possibile assorbimento del personale, la cittadinanza a sostenere una richiesta presentata come un tema collettivo. Il messaggio è chiaro e ruota attorno a una domanda: dare piena esecuzione alla clausola sociale già prevista, senza attendere che le scadenze rendano irreversibile l’interruzione dei rapporti di lavoro.
All’avvicinarsi del 1° ottobre, il confronto con Raffaele Latrofa assume quindi un valore decisivo. I lavoratori di Minosse auspicano un percorso operativo che traduca in fatti gli accordi tra sindacati e Autorità di Sistema Portuale, così da assicurare una transizione ordinata e rispettosa della dignità del lavoro in uno dei principali scali del territorio.